L’Italia di oggi è un Paese che legge, scrive e naviga nel digitale, ma 160 anni fa il panorama era drammaticamente diverso. Se potessimo viaggiare nel tempo fino al 1861, anno dell’Unità d’Italia, ci troveremmo di fronte a una nazione “muta”: 3 persone su 4 (il 75% della popolazione sopra i 6 anni) non sarebbero state in grado di leggere questo articolo. Un secolo e mezzo dopo, la rivoluzione silenziosa dei libri e dei banchi di scuola ha trasformato radicalmente il volto della penisola. Ce lo racconta “Storie di Dati” l’iniziativa Istat che, in occasione del centenario dell’Istituto (1926-2026), vuole narrare le trasformazioni demografiche, sociali, economiche italiane attraverso brevi report e dati storici.
La sconfitta dell’analfabetismo
Eradicare l’ignoranza primaria è stata un’impresa durata un secolo. Nel 1926, la strada era ancora in salita: 13.500 sposi non riuscirono a firmare il proprio atto di matrimonio, limitandosi a siglare con una croce. Tra il 1947 e il 1972, la fame di sapere portò mezzo milione di adulti a frequentare le “scuole popolari” per recuperare il tempo perduto. Il traguardo è arrivato nel 2024, oggi l’analfabetismo è un ricordo, interessando 1 persona su 100. Un dato fondamentale emerge dalla metà degli anni ’50, quando la presenza femminile nel percorso di scolarizzazione ha raggiunto la parità con quella maschile.
L’esplosione dei laureati
Se l’alfabetizzazione è stata una maratona, la crescita dell’istruzione superiore è stata uno scatto centometrista iniziato nel secondo dopoguerra. Nel 1951, l’Italia era ancora un paese di “licenze elementari”: il 90% della popolazione non era andato oltre la quinta classe. Oggi, il panorama è ribaltato: laureati annui, dagli 8.000 del 1926 ai 72.000 del 1976, fino a superare i 400.000 nel 2024. Sorpasso rosa: negli anni ’50, 3 laureati su 10 erano donne, dal 1991, le donne hanno superato gli uomini per numero di titoli conseguiti. Titoli terziari: oggi il 17% della popolazione possiede un titolo universitario.
La sfida dei giovani nel confronto con l’Europa
Nonostante i progressi, il quadro si fa chiaroscuro quando varchiamo i confini nazionali. L’Italia resta un Paese con un’incidenza di giovani poco istruiti tra le più alte d’Europa, nella fascia 25-34 anni, solo il 32% possiede un titolo universitario, un dato che ci vede penultimi nell’UE27, penalizzati anche dalla scarsa diffusione di qualifiche post-diploma professionalizzanti.
Tuttavia, all’interno di questo dato, spicca ancora una volta la componente femminile: tra le giovani donne, la quota di laureate sale al 39%, confermando che il “motore” del cambiamento culturale è più che mai tinto di rosa.
L’orientamento didattico riflette i tempi che cambiano. Se nel 1926 gli studi erano legati a poche elite, oggi l’offerta formativa è diversificata e influenzata dall’introduzione delle lauree brevi e dalle richieste del mercato del lavoro, con una crescente frammentazione dei percorsi che punta a rispondere alle sfide tecnologiche della modernità.
Fonte: ISTAT
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