Il mondo non ha smesso di cooperare, ma lo sta facendo in modo diverso. È questa la fotografia che emerge dal Global Cooperation Barometer 2026, il rapporto pubblicato dal World Economic Forum l’8 gennaio scorso, che misura lo stato della collaborazione internazionale attraverso 41 indicatori divisi in cinque grandi aree: commercio e capitali, innovazione e tecnologia, clima e risorse naturali, salute e benessere, pace e sicurezza.
Il verdetto complessivo? La cooperazione globale tiene, ma la sua architettura sta cambiando profondamente. I grandi organismi multilaterali faticano sempre più, mentre guadagnano terreno formati più agili, regionali e basati su interessi condivisi. In un’epoca segnata da tensioni geopolitiche crescenti, conflitti aperti e frammentazione del sistema internazionale, la collaborazione tra nazioni si sta reinventando. Non necessariamente in peggio, ma certamente in modo diverso.
Il dato più significativo è che il livello complessivo di cooperazione è rimasto sostanzialmente invariato rispetto agli anni precedenti. Eppure, sotto questa apparente stabilità, si nascondono trasformazioni radicali. Gli indicatori legati al multilateralismo tradizionale si sono indeboliti, mentre sono cresciuti quelli che misurano forme di collaborazione più flessibili e mirate: accordi tra gruppi ristretti di paesi, partnership tecnologiche tra economie allineate, iniziative regionali su clima ed energia.
Nel commercio e nei capitali, la cooperazione si è appiattita ma non è crollata. I volumi di beni scambiati sono cresciuti, anche se più lentamente dell’economia globale, e i flussi commerciali si stanno orientando sempre più verso partner politicamente e strategicamente allineati. Il commercio di servizi e alcuni flussi di capitale mostrano invece dinamismo, soprattutto tra economie che condividono visioni simili. Mentre il sistema commerciale multilaterale affronta barriere crescenti, coalizioni più piccole di paesi stanno cooperando attraverso iniziative come il Future of Investment and Trade Partnership.
L’innovazione e la tecnologia rappresentano forse il capitolo più interessante di questa trasformazione. Nonostante controlli sempre più stringenti su tecnologie critiche e conoscenze sensibili, soprattutto tra Stati Uniti e Cina, la cooperazione tecnologica è aumentata. I servizi informatici e i flussi di talenti sono in crescita, la banda internet internazionale è oggi quattro volte più grande rispetto a prima della pandemia di COVID-19. Stanno nascendo nuovi formati di collaborazione sull’intelligenza artificiale, sulle infrastrutture 5G e su altre tecnologie d’avanguardia, ma prevalentemente tra paesi allineati. La tecnologia, insomma, continua a circolare, ma lungo canali più selettivi.
Sul fronte clima e capitale naturale, la cooperazione è cresciuta, anche se resta largamente insufficiente rispetto agli obiettivi globali. Il finanziamento delle tecnologie pulite e le catene di approvvigionamento globali hanno permesso una diffusione record di solare, eolico e veicoli elettrici, con la Cina che da sola rappresenta due terzi delle nuove installazioni a metà 2025. Mentre i negoziati multilaterali diventano sempre più complessi e faticosi, gruppi di nazioni come l’Unione Europea e l’ASEAN stanno combinando obiettivi di decarbonizzazione con esigenze di sicurezza energetica, dimostrando che la cooperazione climatica può funzionare anche su scala regionale.
La salute e il benessere presentano un quadro più ambiguo. A livello generale, la cooperazione in questo settore è rimasta stabile, in parte perché gli indicatori di salute globale hanno continuato a migliorare dopo la fine della pandemia. Tuttavia, questa apparente stabilità nasconde fragilità crescenti. Le pressioni sulle organizzazioni multilaterali hanno eroso i flussi di sostegno, e l’assistenza allo sviluppo per la salute si è contratta bruscamente, colpendo soprattutto i paesi a basso e medio reddito. Il sistema sanitario globale, insomma, regge ancora, ma le sue fondamenta si stanno indebolendo.
Il capitolo più preoccupante riguarda pace e sicurezza, dove la cooperazione ha continuato a diminuire. Ogni singolo indicatore monitorato è sceso al di sotto dei livelli pre-pandemia. I conflitti si sono intensificati, la spesa militare è aumentata, i meccanismi multilaterali di risoluzione delle crisi faticano ad ammorbidire le tensioni. Alla fine del 2024, il numero di persone sfollate con la forza ha raggiunto il record di 123 milioni a livello globale. Eppure, paradossalmente, proprio queste pressioni crescenti stanno generando nuovi impulsi alla cooperazione, anche attraverso meccanismi regionali di peacekeeping.
Cosa ci dice tutto questo? Che il mondo non sta rinunciando a collaborare, ma sta cercando nuove forme per farlo in un contesto geopolitico radicalmente mutato. Le grandi istituzioni multilaterali create dopo la Seconda Guerra Mondiale mostrano la loro età e le loro rigidità. Nel frattempo, emergono formati più agili: alleanze tecnologiche tra democrazie, patti climatici regionali, iniziative commerciali tra paesi affini.
Per leader politici e imprenditoriali, il messaggio del Global Cooperation Barometer è chiaro: le sfide globali non possono essere affrontate da singoli paesi, ma le modalità di cooperazione devono adattarsi ai tempi. Serve pragmatismo, serve capacità di “rimappare” gli impegni internazionali, serve la volontà di trovare nuovi forum di collaborazione, abbinando il formato giusto al problema giusto.
La cooperazione globale non è morta. Si sta semplicemente trasformando, alla ricerca di nuove strade in un mondo più complesso e frammentato. E forse, proprio in questa capacità di adattamento, si nasconde la speranza che i grandi problemi comuni possano ancora trovare soluzioni condivise.
Per info: https://www.weforum.org/publications/the-global-cooperation-barometer-2026/digest/