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ISTAT: violenza di genere, 8000 persone accolte nelle strutture di protezione. L’offerta cresce, ma i posti restano insufficienti

Nel 2024 le Case rifugio salgono a 503 (+8,5%), ma la copertura nazionale è bassa: 0,17 strutture ogni 10mila donne. Preoccupante il dato sui minori: 4.400 gli ospiti tra strutture specializzate e presidi socio-assistenziali.

Il sistema di protezione delle donne vittime di violenza in Italia mostra segnali di crescita, ma deve fare i conti con disomogeneità territoriali e una cronica scarsità di posti letto. Secondo gli ultimi dati diffusi dall’Istat, frutto delle indagini condotte in collaborazione con il Dipartimento per le Pari Opportunità, nel corso del 2024 sono state 8.200 le persone (adulti e minori) accolte nei presidi residenziali per motivi legati alla violenza di genere.

Una rete di salvataggio che si divide tra le Case rifugio (CR) specializzate e le strutture residenziali non specializzate (presidi socio-assistenziali e socio-sanitari), ma che ha difficoltà a soddisfare una domanda superiore alle capacità ricettive.

I numeri dell’accoglienza

Nel 2024 sono state 3.815 le donne ospitate: la maggioranza (3.148) ha trovato rifugio nelle strutture specializzate, 667 sono state accolte nei presidi non specializzati.

Il dato imponente riguarda i minori, che rappresentano la quota maggioritaria degli ospiti con 4.412 presenze. Di questi, 3.013 sono figli delle donne vittime di violenza accolte nelle Case rifugio (+ 2.875 del 2023), bambini e adolescenti che nella maggior parte dei casi hanno assistito o subito ai maltrattamenti. I restanti 1.399 sono minori ospiti delle strutture residenziali non specializzate.

Più Case rifugio, Sud e Centro restano indietro

L’offerta delle Case rifugio ha registrato un incremento consolidando una tendenza positiva avviata nel 2020, le strutture attive sono passate dalle 464 del 2023 alle 503 del 2024, con un aumento dell’8%. Tuttavia, la mappa della protezione ripercorre la storica frattura del Paese: il 37% delle Case si trova nel Nord-ovest e il 24% nel Nord-est, mentre al Sud e nelle Isole si concentrano rispettivamente il 13,7% e il 13%, con il Centro che chiude la classifica al 12%.

Lo squilibrio si riflette nel basso tasso di copertura nazionale: 0,17 Case rifugio ogni 10mila donne residenti, se il Nord-ovest tocca lo 0,23, il Centro e il Sud sprofondano allo 0,10. Una carenza che si traduce in porte sbarrate per molte donne in pericolo: 180 Case rifugio hanno segnalato l’impossibilità di accogliere nuove utenti per l’indisponibilità di posti, e 66 strutture hanno dichiarato di aver bisogno di una capacità di accoglienza tripla rispetto all’ attuale.

L’identikit delle strutture

Le Case rifugio italiane si caratterizzano per una forte matrice privata (nel 78,5% dei casi l’ente promotore è un soggetto privato sociale) e per un’elevatissima specializzazione: il 69% dei gestori opera in questo campo da più di 13 anni e il 92% del personale riceve una formazione obbligatoria periodica.

Nelle Case lavorano 4.702 donne (di cui il 28% volontarie), tra coordinatrici, psicologhe, educatrici, avvocate e assistenti sociali. La sicurezza è la priorità assoluta: il 91% delle strutture garantisce la segretezza dell’indirizzo e il 93% predispone un piano di sicurezza individuale basato sulla valutazione del rischio.

I servizi offerti vanno oltre l’ospitalità alberghiera (permanenza media 148 notti): si garantiscono consulenze legali, supporto psicologico per madri e figli, mediazione linguistica (le donne straniere sono 2mila, oltre il 60% delle ospiti) e percorsi di orientamento al lavoro e all’autonomia abitativa.

Il post-accoglienza: luci e ombre

Cosa succede quando le donne lasciano le strutture? nel 2024 sono 2.210 le donne uscite dalle Case rifugio. Tra i casi di cui si conosce il motivo (2.117):

  • il 39% (825 donne) ha completato con successo il percorso personalizzato, raggiungendo gli obiettivi di autonomia concordati con le operatrici
  • il 29% (625 donne) è stato trasferito in altre strutture o abitazioni private
  • il 13% (274 donne) ha abbandonato prematuramente il programma
  • il 10% (213 donne) è purtroppo tornato a vivere con l’autore della violenza

Un dato, quest’ultimo, che fotografa la complessità psicologica, economica e sociale del ciclo della violenza e che ribadisce l’importanza del supporto post-accoglienza, garantito oggi dal 62% delle Case rifugio italiane.

Il ruolo delle strutture non specializzate

Quando le Case rifugio sono piene, o quando le vittime rifiutano un distacco drastico dal contesto di vita, entrano in gioco le strutture residenziali non specializzate (presidi socio-assistenziali e comunità). Al 1° gennaio 2024, queste strutture ospitavano 667 donne vittime di violenza. Di queste, il 30% è inserito in unità di servizio che, pur non essendo Case rifugio, hanno un target dedicato alla violenza di genere, offrendo risposte in emergenza e supporto socio-educativo in contesti comunitari di piccole dimensioni.

La sintesi dei dati del 2024

IndicatoreValore Assoluto / Percentuale
Persone accolte (Adulti + Minori)Oltre 8.200
Donne vittime ospitate nelle Case rifugio3.148
Donne vittime ospitate in strutture non specializzate667
Minori ospiti nelle Case rifugio (figli delle vittime)3.013
Minori vittime ospitati in strutture non specializzate1.399
Numero di Case rifugio attive503 (+8% rispetto al 2023)
Tasso di copertura nazionale delle Case0,17 ogni 10.000 donne
Permanenza media nelle Case rifugio148 notti
Donne straniere sul totale delle ospiti in CROltre 60% (2.000 donne)
Misure di sicurezza: Indirizzo segreto91% delle strutture

In allegato https://www.istat.it/wp-content/uploads/2026/05/Case-rifugio-e-strutture-residenziali-non-specializzate-per-le-vittime-di-violenza_2024.pdf

Fonte: ISTAT

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