La mela cade lontano dall’albero? Mobilità sociale e destini incrociati nei paesi OCSE
Welfare 2 Aprile 2026, di RedazioneUn nuovo studio dell'OCSE, basato sui dati PIAAC 2023, rivela quanto il background familiare continui a plasmare le opportunità economiche dei figli. L'Italia tra i paesi a bassa mobilità educativa.

Il detto popolare vuole che la mela non cada mai lontana dall’albero. Ma quanto è ancora vero, oggi, nelle economie avanzate? Quanto il destino economico di un figlio dipende ancora dalla famiglia in cui è nato? A questa domanda risponde con nuova evidenza empirica un corposo rapporto pubblicato dall’OCSE nel 2026, firmato da Orsetta Causa, Maxime Nguyen e Tomomi Tanaka, e basato sulla seconda edizione del Programma per la Valutazione Internazionale delle Competenze degli Adulti (PIAAC), condotta nel 2022-2023 su un campione rappresentativo di ventinove paesi membri.
Le conclusioni non lasciano spazio all’ottimismo facile: in quasi tutti i paesi OCSE il background familiare — misurato principalmente attraverso il livello di istruzione dei genitori — continua a esercitare un’influenza determinante sui percorsi di vita dei figli, dalle competenze alfabetiche acquisite in età adulta fino alle retribuzioni orarie e alla partecipazione al mercato del lavoro. Il rapporto, tuttavia, fotografa anche una geografia molto eterogenea della mobilità sociale: ci sono paesi in cui le catene intergenerazionali si allentano con maggiore facilità, e altri in cui la trasmissione delle condizioni socioeconomiche da una generazione all’altra rimane quasi implacabile.
Il peso del cognome: quanto conta l’istruzione dei genitori
Uno degli indicatori più immediati della mobilità sociale è il divario salariale tra individui cresciuti in famiglie con diversi livelli di istruzione parentale. Il rapporto OCSE documenta che, nella media dei paesi analizzati, chi ha genitori con istruzione elevata guadagna quasi il trenta per cento in più rispetto a chi proviene da famiglie a bassa scolarizzazione. Chi ha genitori con istruzione media si colloca circa il tredici per cento al di sopra di chi viene dal basso. Sono percentuali rilevanti, ma dietro questa media si nascondono variazioni profonde da paese a paese.
Nei paesi nordeuropei — Danimarca, Norvegia, Finlandia, Svezia — il divario salariale legato alla famiglia di origine è sensibilmente più contenuto: la società ha sviluppato meccanismi redistributivi e di welfare che attutiscono l’impatto delle disuguaglianze di partenza. All’opposto, paesi come la Lettonia, l’Ungheria e la Polonia mostrano divari ben più accentuati, con trasmissioni intergenerazionali particolarmente rigide. L’Italia occupa una posizione intermedia per quanto riguarda i salari, ma risulta tra i paesi a più bassa mobilità educativa — un dato che, come vedremo, non è secondario.
«In quasi tutti i paesi OCSE, il background familiare continua a esercitare un’influenza determinante sui percorsi di vita dei figli, dalle competenze acquisite fino alle retribuzioni.»
Soffitti di vetro e pavimenti appiccicosi: la distribuzione dei rischi
Oltre alle medie salariali, il rapporto esamina la distribuzione dei rischi ai due estremi della scala reddituale. La domanda è duplice: quanto è più probabile che un figlio di genitori istruiti raggiunga il quintile più alto dei guadagnatori? E quanto è più probabile che un figlio di genitori poco istruiti rimanga bloccato nel quintile più basso? I risultati descrivono un quadro di forti asimmetrie.
In media nei paesi OCSE, chi proviene da una famiglia ad alta scolarizzazione ha oltre il doppio delle probabilità di arrivare al vertice della distribuzione salariale rispetto a chi viene dal basso. Ma in Lettonia e Polonia questo rapporto arriva rispettivamente a cinque e sei volte. I cosiddetti “pavimenti appiccicosi” — la tendenza a restare inchiodati nella parte più bassa della scala — sono altrettanto marcati: in Portogallo e in Germania la probabilità di rimanere nel quintile inferiore è circa quattro volte più alta per chi ha genitori poco istruiti rispetto a chi ne ha di molto istruiti. Il caso del Giappone appare invece come uno dei meno rigidi su questo fronte, con un rapporto intorno a 1,5.
L’Italia si distingue per un profilo peculiare: la rigidità ai vertici della distribuzione — il soffitto di vetro — è relativamente contenuta, mentre la rigidità alla base risulta anch’essa tra le meno severe tra i paesi OCSE. Questo dato, tuttavia, va letto con cautela alla luce della più ampia debolezza del mercato del lavoro italiano e delle sue specificità strutturali.
Donne e mobilità: le disuguaglianze di genere nel caleidoscopio intergenerazionale
Uno dei contributi più originali del rapporto riguarda il confronto tra la mobilità intergenerazionale di uomini e donne. La questione non è banale: se le donne partono già svantaggiate nel mercato del lavoro rispetto agli uomini, i meccanismi di trasmissione intergenerazionale amplificano o attenuano questo divario di partenza?
La risposta degli autori è articolata. Quando si osservano le distribuzioni salariali reali — senza alcuna correzione — le donne sembrano meno mobili degli uomini: hanno minori probabilità di raggiungere il quintile superiore e maggiori probabilità di restare nel quintile inferiore. Tuttavia, quando si effettua un esercizio controfattuale che elimina le differenze di partenza tra i salari maschili e femminili — ricalcolando separatamente le distribuzioni per uomini e donne — il quadro cambia significativamente: la mobilità intergenerazionale risulta sostanzialmente simile tra i due sessi. La conclusione è che le disuguaglianze di genere nel mercato del lavoro non si amplificano attraverso i meccanismi intergenerazionali, ma derivano in larga parte da altri fattori strutturali indipendenti dalla famiglia di origine.
Più complessa è la questione della partecipazione femminile al lavoro. I dati mostrano che in molti paesi OCSE le donne la cui madre non lavorava o aveva un basso livello di istruzione mostrano tassi di occupazione inferiori alla media. La trasmissione dell’inattività lavorativa da madre a figlia è particolarmente visibile nei paesi nordici — dove pure i livelli assoluti di occupazione femminile sono i più alti — mentre in paesi come la Germania e gli Stati Uniti la penalizzazione occupazionale è più fortemente associata al basso livello di istruzione materna.
L’istruzione come canale principale della mobilità: il caso italiano
Al cuore dell’analisi econometrica vi è la questione del ruolo dell’istruzione come meccanismo di trasmissione intergenerazionale. Il rapporto distingue due componenti: l’effetto diretto del background familiare sui salari — che passa attraverso trasmissione di ricchezza, reti sociali, norme e modelli comportamentali — e l’effetto mediato dal percorso educativo dei figli. I risultati mostrano che l’istruzione è il canale principale attraverso cui il background familiare si traduce in vantaggio economico.
Paesi con forte mobilità educativa tendono ad avere anche forte mobilità salariale, mentre il contrario — alta mobilità educativa associata a bassa mobilità salariale — è quasi assente nei dati. Questa asimmetria evidenzia che l’investimento in un sistema educativo equo e di qualità non è solo un obiettivo di giustizia sociale, ma una condizione strutturale per la crescita economica.
L’Italia si colloca tra i paesi a bassa mobilità educativa, insieme a Polonia e Portogallo. La persistenza educativa intergenerazionale — cioè la tendenza dei figli a replicare il percorso scolastico dei genitori — è particolarmente marcata, soprattutto per il raggiungimento dell’istruzione terziaria. Il sistema scolastico italiano, nonostante i suoi indubbi punti di forza, fatica ancora a garantire una reale parità delle opportunità formative indipendentemente dall’origine familiare. Questo dato è coerente con quanto già emerso dalle analisi PISA, che segnalano un progressivo ampliamento delle disuguaglianze nelle competenze tra studenti con genitori a diverso livello di istruzione.
Immigrazione e mobilità: la seconda generazione recupera terreno
Un capitolo rilevante del rapporto affronta la relazione tra immigrazione e mobilità intergenerazionale. I dati PIAAC consentono di distinguere immigrati di prima e seconda generazione, una granularità inusuale per uno studio comparativo internazionale. I risultati sono significativi: se gli immigrati di prima generazione subiscono penalizzazioni salariali rilevanti in diversi paesi OCSE — fino al venti per cento in Belgio e Germania — i figli di immigrati nati nel paese ospitante non mostrano in media differenze statisticamente significative rispetto ai nativi con genitori nativi. In Canada e nel Regno Unito, addirittura, la seconda generazione registra salari mediamente superiori.
Questo risultato è coerente con un filone crescente della letteratura internazionale che attribuisce agli immigrati e ai loro figli una propensione alla mobilità ascendente superiore alla media. Tuttavia gli autori invitano alla cautela: le medie nascondono eterogeneità importanti legate all’origine geografica, al motivo della migrazione, al livello di competenze e al contesto di accoglienza. Il caso dell’Estonia — dove la seconda generazione con radici russe mostra ancora significative penalizzazioni — ricorda che la storia e la composizione dei flussi migratori plasmano in modo duraturo i percorsi di integrazione.
Le implicazioni per le politiche comunali: dove agire
La ricerca OCSE non si limita alla fotografia, ma individua alcune direttrici di intervento politico. La prospettiva è quella dell’efficienza economica oltre che dell’equità: una società che blocca i talenti delle fasce più deboli paga un costo in termini di innovazione e produttività. Per i Comuni italiani, custodi di larga parte dei servizi alla persona e protagonisti dell’attuazione del PNRR, questo rapporto offre una bussola utile.
Primo: i servizi per la prima infanzia e l’educazione prescolare sono l’intervento con il maggiore impatto sulla mobilità futura. L’accesso a un’istruzione di qualità fin dai primi anni di vita, soprattutto per le famiglie con minori risorse culturali ed economiche, è il punto di leva più potente per spezzare la trasmissione intergenerazionale della povertà. I fondi del PNRR destinati agli asili nido e alle scuole dell’infanzia vanno in questa direzione e devono essere pienamente e tempestivamente utilizzati dagli enti locali.
Secondo: il rapporto mette in guardia contro le pratiche scolastiche di selezione precoce — il cosiddetto early tracking — che tendono a cristallizzare le disuguaglianze di partenza piuttosto che attenuarle. Le amministrazioni comunali che gestiscono o supportano l’offerta scolastica dovrebbero promuovere modelli didattici inclusivi e contrastare i meccanismi di ghettizzazione scolastica legati all’origine sociale.
Terzo: il rapporto segnala l’importanza di sostenere la mobilità geografica come strumento di mobilità sociale. In Italia, dove la rigidità del mercato immobiliare e la scarsa elasticità dell’offerta abitativa frenano il movimento verso le aree con maggiori opportunità, le politiche abitative comunali assumono un ruolo strategico. Al tempo stesso, occorre evitare di abbandonare al loro destino i territori a minore dinamismo economico, investendo in infrastrutture, servizi pubblici e connettività.
Quarto: le politiche attive del lavoro e la formazione professionale — inclusi i sistemi di apprendistato di qualità — rappresentano un presidio fondamentale per garantire transizioni efficaci dall’istruzione al lavoro, soprattutto per i giovani delle fasce più svantaggiate. In un contesto di rapida trasformazione digitale e transizione ecologica, il rischio è che i figli di chi ha meno risorse culturali siano anche i più esposti alle conseguenze dell’obsolescenza delle competenze.
Quinto: il rapporto ricorda infine che la mobilità sociale non dipende solo dalla scuola e dal welfare, ma anche dal dinamismo del tessuto produttivo. Politiche di concorrenza che abbassano le barriere all’ingresso per le nuove imprese, ambienti regolatori favorevoli all’innovazione, ecosistemi locali capaci di valorizzare i talenti indipendentemente dall’origine familiare: sono queste le condizioni in cui la mobilità sociale e la crescita economica si alimentano a vicenda.
Conclusione: la mela può cadere lontana dall’albero
Il rapporto OCSE del 2026 restituisce un quadro complesso, che sfida sia i pessimismi strutturali sia le illusioni meritocratiche. La mobilità sociale non è un dato di natura: è il prodotto di scelte collettive, di sistemi educativi più o meno capaci di compensare le diseguaglianze di partenza, di mercati del lavoro più o meno permeabili, di politiche sociali più o meno efficaci. Il confronto internazionale mostra che esistono società dove la mela riesce a cadere lontana dall’albero, dove il cognome conta meno delle competenze e dell’impegno. Che ciò sia possibile anche in Italia è la sfida che questo rapporto consegna alle istituzioni, a partire da quelle più vicine ai cittadini: i Comuni.
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