L’Italia è in ritardo strutturale in materia di istruzione e formazione rispetto alla media europea, con la persistenza di forti divari territoriali e socio-economici che mettono a rischio il capitale umano del Paese. È quanto emerge dall’audizione dell’Istat presso la 7ª commissione Permanente del Senato, illustrata dalla dottoressa Cristina Freguja. L’indagine si è concentrata sulla vulnerabilità educativa, l’abbandono scolastico e il fenomeno NEET.
DIVARIO EUROPEO: LA SCUOLA SECONDARIA SUPERIORE È UN LUSSO
Il gap italiano inizia dal livello minimo di istruzione. Nel 2024, solo il 66,7% degli adulti tra i 25 e i 64 anni in Italia possiede almeno un diploma secondario superiore, un valore inferiore di ben 13,8 punti percentuali rispetto alla media UE (80,5%). Ancora più significativo il ritardo per l’istruzione terziaria (laurea): i giovani di 25-34 anni laureati sono solo il 31,6% in Italia contro il 44,1% dell’UE27. A livello nazionale, i livelli più bassi di diplomati e laureati si registrano nel Mezzogiorno, dove il divario di genere è marcato: le donne laureate al Nord raggiungono il 42,6%, mentre gli uomini al Sud si fermano al 21,1%.
CRITICITÀ DEI SERVIZI PER L’INFANZIA E DISPARITÀ SOCIALI
La carenza di opportunità educative inizia precocemente. L’offerta di servizi per la prima infanzia (0-3 anni) mostra una forte disomogeneità territoriale. Nonostante un lieve incremento, il tasso di copertura nazionale raggiunge solo il 30%, ben lontano dal target ottimale e con regioni del Sud come Campania (13,2%), Sicilia (13,9%) e Calabria (15,7%) gravemente penalizzate.
La fruizione di questi servizi, inoltre, dipende strettamente dalle condizioni familiari:
- Lavoro dei genitori: l’iscrizione è quasi il 60% per i bambini con entrambi i genitori occupati, valore che si dimezza se almeno un genitore non lavora.
- Istruzione dei genitori: frequenta il nido il 49,3% dei bambini con genitori laureati, ma solo il 22,1% se i genitori hanno al massimo l’obbligo scolastico.
Ciò conferma che il nido è spesso percepito e usato come strumento di conciliazione vita-lavoro, piuttosto che come primo tassello del percorso educativo, perpetuando i differenziali socio-economici nella crescita.
DISPERSIONE E LOW PERFORMER: LA GEOGRAFIA DELLA FRAGILITÀ
La dispersione scolastica si manifesta in diverse forme:
- Low performer (scuola secondaria di I grado): nell’anno scolastico 2024/2025, la quota di studenti di terza media con risultati insufficienti (“low performer”) è elevata: 41,4% in italiano e 44,3% in matematica. Le criticità maggiori si concentrano in Sicilia (fino al 62% in matematica), Calabria e Sardegna. Il fenomeno è estremamente marcato tra gli studenti stranieri di prima generazione, con il 75% di insufficienti in italiano.
- Rischio di dispersione implicita: Il 12,3% degli studenti di terza media è a rischio di dispersione implicita (non raggiungendo i traguardi minimi in più materie). Questo rischio è più che doppio per chi proviene da famiglie svantaggiate.
- Early leavers (dispersione esplicita 18-24enni): la quota di giovani tra i 18 e i 24 anni con al massimo la licenza media e fuori da percorsi di studio o formazione è scesa al 9,8% nel 2024, avvicinandosi al target UE del 9% per il 2030. Tuttavia, il divario di genere (12,2% maschi contro 7,1% femmine) e il divario territoriale (Sud al 12,4% contro Nord all’8,4%) rimangono forti. La condizione è estrema per i giovani stranieri (24,3%).
- Dispersione Implicita (Scuola Secondaria di II Grado): Riguarda l’8,7% degli studenti all’ultimo anno, che pur diplomandosi non raggiungono le competenze minime di base. Il tasso sale al 22,8% negli istituti professionali e raggiunge il 17,6% in Campania e il 15,9% in Sardegna.
IL FENOMENO NEET IN CALO MA ANCORA ELEVATO
La quota di giovani 15-29enni che non studiano e non lavorano (NEET) è diminuita, arrivando al 15,2% nel 2024 (era il 23,7% nel 2020). Nonostante il calo, il fenomeno rimane ben oltre il 20% in regioni come Calabria (26,2%), Sicilia (25,7%), Campania e Puglia, e colpisce maggiormente le donne (16,6%).
LA COMMISSIONE ISTAT SULLA POVERTÀ EDUCATIVA
Per affrontare la complessità del tema, l’Istat ha istituito nel 2023 una commissione scientifica interistituzionale per definire e misurare la povertà educativa in Italia, considerando un approccio più ampio rispetto a quello anglosassone, che non si limiti al solo insuccesso scolastico. Il framework concettuale sviluppato articola la povertà educativa in due domini:
- Risorse: contesto familiare, scolastico e territoriale.
- Esiti: competenze cognitive e personali-sociali.
Una prima misurazione sperimentale ha mappato il territorio incrociando regioni e grado di urbanizzazione. I risultati mostrano una polarizzazione degli esiti con regioni come Umbria e Veneto in vantaggio e Sardegna, Sicilia e Calabria con maggiori criticità. Per quanto riguarda la carenza di risorse, la situazione è più diversificata, ma si conferma la fragilità della Sicilia e delle zone rurali del Sud e, sorprendentemente, anche di alcune aree montane/rurali del Nord-ovest e Nord-est.
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