Consapevoli ma sfiduciati: cosa pensano i giovani italiani di disuguaglianze, istituzioni e futuro
Giovani 20 Maggio 2026, di Danilo Grossi
Un'indagine condotta in 21 istituti superiori su quasi 3.000 studenti tra i 17 e i 19 anni fotografa una generazione tutt'altro che apatica: sensibile alle ingiustizie, lucida sulle cause, ma profondamente sfiduciata nelle organizzazioni collettive e nelle istituzioni.
81,5% ritiene che la propria voce non conti in Italia
74,6% favorevole all’eredità universale di 15.000 €
Una generazione che teme il futuro — ma sa perché
Tra ottobre 2023 e aprile 2026, il Forum Disuguaglianze e Diversità ha condotto un’indagine diretta in 21 istituti superiori italiani — tecnici, liceali, professionali e onnicomprensivi — distribuiti in sette regioni del Nord, quattro del Centro e dieci nel Sud e nelle Isole. Quasi 3.000 studenti e studentesse tra i 17 e i 19 anni hanno risposto, attraverso la piattaforma Mentimeter, a un questionario su preoccupazioni, percezione delle ingiustizie, fiducia nelle istituzioni e disponibilità a impegnarsi per il cambiamento.
I risultati contraddicono con forza lo stereotipo del giovane disinteressato. Al contrario, emerge una generazione consapevole, capace di leggere la realtà in chiave strutturale e non ingenua. Il problema non è la mancanza di sensibilità: è la sfiducia radicata nella possibilità che le cose possano davvero cambiare attraverso l’azione collettiva.
“Il 43,5% dei giovani tra 17 e 19 anni dichiara di avere ‘paura’ del futuro (Istat 2024). Tra i ragazzi italiani il pessimismo raggiunge il 50%, contro una media europea del 38% (Allianz Foundation, 2024).”
La preoccupazione più citata — con un punteggio medio di 3,8 su 5 — è la mancanza di lavoro: una preoccupazione che sale a 3,9 nelle scuole del Sud e delle Isole. Seguono la guerra (3,6), i diritti delle persone e lo scarso peso della voce giovanile (entrambi a 3,5). Il cambiamento climatico e la distruzione della biodiversità, pur presenti, mostrano una notevole polarizzazione: accanto a chi ne è fortemente preoccupato, circa uno studente su cinque non li considera una minaccia rilevante.
Le preoccupazioni dei giovani vs. quelle dei genitori
Una delle domande più rivelatrici dell’indagine riguarda la percezione che i giovani hanno delle preoccupazioni della generazione dei propri genitori. Il confronto è impietoso. Secondo i ragazzi, la generazione adulta condivide con loro solo la preoccupazione per la guerra. Su tutti gli altri fronti — ambiente, disuguaglianze, voce delle nuove generazioni — percepiscono un disallineamento profondo.
In particolare, la generazione dei genitori è ritenuta quasi indifferente allo scarso peso della voce giovanile nelle istituzioni: il punteggio attribuito è di appena 2,4 su 5. Questo dato, più di ogni altro, segnala la distanza intergenerazionale nel vissuto della crisi democratica italiana.
Tema di preoccupazione
Giovani
Genitori (stima)
Mancanza di lavoro
3,8
3,3
Guerra
3,6
3,6
Diritti delle persone
3,5
2,7
Scarso peso della voce dei giovani
3,5
2,4
Incertezza
3,4
2,7
Clima
3,4
2,5
Disuguaglianze sociali
3,3
2,5
Distruzione della biodiversità
3,3
2,2
Punteggi medi su scala 1-5 (dove 1 = nessuna preoccupazione, 5 = massima preoccupazione). Dati: Forum Disuguaglianze e Diversità, 2023-2026.
La sfiducia nelle istituzioni: un primato negativo tutto italiano
Alla domanda se la propria voce conti in Italia, l’81,5% dei giovani si dichiara in totale o tendenziale disaccordo. Solo il 18,4% risponde positivamente. È uno scarto che definisce la specifica condizione italiana: in Europa, nella stessa fascia d’età, il 57% dei giovani si dichiara tendenzialmente ascoltato. Un divario di quasi 40 punti percentuali.
Il dato sull’Unione Europea è ambivalente. Il 59,8% dei giovani intervistati considera l’appartenenza dell’Italia all’UE una ‘cosa buona’, un valore superiore alla media nazionale adulta (52%), ma inferiore a quello europeo giovanile (74%). Colpisce soprattutto l’elevata quota di indifferenti o incerti (30,5%), indicatore di un rapporto con l’Europa ancora mediato e poco vissuto nella quotidianità.
“Il senso di appartenenza all’Unione Europea raccoglie il punteggio più basso di tutte le identità proposte: 2,7 su 5. Meno della città (3,4), della nazione (3,3), della regione (3,2) e persino del ‘mondo’ (3,1).”
Azione individuale sì, organizzazioni no: il paradosso della partecipazione
Nonostante la consapevolezza delle ingiustizie, la propensione all’impegno collettivo è bassa. I giovani preferiscono nettamente le azioni individuali: l’uso corretto delle risorse (4,0 su 5), il voto alle elezioni (3,7), i consumi consapevoli (3,4), la denuncia di atti ingiusti (oltre 3,0). Mentre l’opzione peggiore in assoluto è l’iscrizione a un partito, con 1,8.
Non si tratta però di cinismo o pigrizia. Nel dialogo con gli studenti è emersa chiaramente la natura di questa diffidenza: le organizzazioni ‘hanno un’agenda propria’, non ascoltano le voci di chi si aggiunge, richiedono impegni continuativi difficilmente compatibili con i tempi giovanili. C’è anche la paura del giudizio dei pari. La sfiducia riguarda l’intera galassia organizzativa — sindacati, associazioni, movimenti — non solo i partiti.
AZIONI INDIVIDUALI (preferite)
Corretto uso delle risorse
4,0
Voto alle elezioni
3,7
Consumi consapevoli / boicottaggio
3,4
Denuncia di atti ingiusti
3,1+
AZIONI COLLETTIVE (rifiutate)
Volontariato (posizione intermedia)
2,9
Mobilitazioni di piazza
2,4
Partecipazione ad associazioni
2,3
Social media per impegno civile
2,3
Movimenti politici
2,1
Iscrizione a un partito
1,8
Punteggi medi su scala 1-5 nella disponibilità a impegnarsi. La soglia 3 indica propensione positiva.
Il volontariato occupa una posizione intermedia (2,9) e rappresenta il punto di svolta della conversazione: gli studenti riconoscono che le loro esperienze di volontariato avvengono comunque in gruppo, grazie a parrocchie, Caritas, Legambiente, Protezione Civile. Ma vogliono restarne ‘indipendenti’. Solo il 30% ha svolto attività gratuita per associazioni nei 12 mesi precedenti.
Un elemento significativo: chi associa istintivamente ‘disuguaglianza’ a ‘classe sociale’ mostra una propensione all’azione collettiva del 57,6%, quasi 18 punti in più rispetto a chi non usa questa categoria. Un nucleo minoritario ma coerente.
L’eredità universale: 3 giovani su 4 dicono sì
A conclusione degli incontri, dopo la parte formativa sull’articolo 3 della Costituzione, agli studenti è stata presentata la proposta del Forum Disuguaglianze e Diversità per un’eredità universale: 15.000 euro erogati a tutti i giovani al compimento dei 18 anni, indipendentemente dal reddito familiare, con libertà di utilizzo e preceduti da quattro anni di accompagnamento formativo nelle scuole.
Il consenso è stato ampio: il 74,6% si è dichiarato molto o totalmente favorevole. Il dibattito si è fatto più articolato sui dettagli. Sull’universalità — ovvero che il trasferimento non dipenda dalla condizione economica di partenza — solo il 46% è favorevole e il 36,8% contrario: una divisione che ha aperto confronti ricchi sulle logiche dell’universalismo versus la concentrazione delle risorse su chi è più in difficoltà. La propensione all’universalismo è risultata più alta nelle scuole del Sud che del Nord.
“Il 61% degli studenti è favorevole alla libera utilizzabilità delle risorse, dopo un accompagnamento quadriennale. La proposta ha suscitato interesse e discussione viva in ogni scuola, indipendentemente dall’orientamento delle risposte.”
Il dato più interessante non è il consenso numerico, ma la qualità del confronto che la proposta ha generato. Studenti e studentesse si sono dimostrati capaci di valutare costi e benefici di una misura pubblica concreta, di ragionare sull’equità, sulla responsabilità individuale, sul rapporto tra libertà e accompagnamento. Un segnale chiaro del potenziale che deriverebbe dal loro coinvolgimento sistematico nella progettazione di politiche che li riguardano.
Cosa può fare un Comune
Per gli amministratori locali, questi dati non sono uno sfondo neutro: sono una sfida diretta. Il 60% dei giovani avverte la città come il contesto identitario più vicino (3,4 su 5), prima ancora della nazione e dell’Europa. Eppure la fiducia istituzionale è quasi assente. Questo spazio tra prossimità e sfiducia è esattamente il terreno su cui i Comuni possono agire.
La ricerca suggerisce alcune direzioni concrete:
Aprire spazi di ascolto strutturato per under 20 su temi concreti: mobilità, spazio pubblico, cultura, lavoro locale. Non consulte formali, ma processi partecipativi che producono esiti visibili.
Valorizzare il volontariato come porta di ingresso alla partecipazione, senza pretendere l’adesione identitaria a un’organizzazione. Parrocchie, circoli, associazioni locali sono già i ponti che i giovani usano: il Comune può rafforzarne il ruolo.
Sostenere l’educazione civica come strumento di dialogo sulle politiche, non solo come trasmissione di nozioni. L’esperienza dell’eredità universale dimostra che i giovani reagiscono con lucidità alle proposte concrete.
Presidiare il tema del lavoro dignitoso nel territorio. La preoccupazione dei giovani non è l’emigrazione, ma la precarietà: trovare un lavoro di qualità vicino a casa. Le politiche locali di sviluppo possono intercettare questa domanda.
Ridurre la distanza generazionale nella comunicazione istituzionale. Il 30,5% di giovani indifferenti o incerti sul valore dell’UE è anche un effetto di un linguaggio istituzionale che non parla la loro lingua. I Comuni che presidiano l’informazione europea possono fare molto.
Fonte: Forum Disuguaglianze e Diversità, “I giovani e le giovani, le disuguaglianze e la democrazia” (2023–2026). Indagine condotta su 2.977 studenti in 21 istituti superiori. Responsabili scientifici: Fabrizio Barca e team ForumDD.