L’indagine Istat 2025 conferma l’alto tasso di occupazione per i titoli di studio superiori, il titolo di dottore di ricerca si conferma un “passaporto” quasi certo per il mondo del lavoro, ma il percorso resta costellato di incertezze contrattuali creando una spinta all’emigrazione. Secondo l’ultima indagine Istat sull’inserimento professionale dei dottori di ricerca nel 2025 il tasso di occupazione raggiunge il 96%, superando i livelli pre-pandemici, tuttavia dietro il dato lusinghiero si nascondono ombre legate alla stabilità e alla valorizzazione del titolo nel mercato interno.
Il paradosso: pochi dottori, molti precari
Nonostante l’elevata specializzazione, l’Italia continua a occupare le ultime posizioni nella graduatoria UE per incidenza di dottori di ricerca sulla popolazione: lo 0,4% contro una media europea dello 0,8%. Sebbene il PNRR abbia dato nuova linfa alle iscrizioni dopo il 2021, il sistema fatica a stabilizzare le sue punte di diamante, il 34% dei dottori occupati lavora ancora con contratti a tempo determinato, una quota che sale oltre il 74% per chi rimane nel settore pubblico della ricerca e dell’università.
Fuga all’estero: una scelta di portafoglio
La mobilità territoriale è un tratto distintivo di questa élite accademica. Il 10% dei dottori formati in Italia lavora all’estero, attratto non solo da migliori prospettive di carriera, ma da stipendi più alti. I dati sono impietosi: la metà di chi lavora oltre confine percepisce oltre 3.500 euro netti al mese, mentre in Italia questa soglia è raggiunta solo dal 7% dei ricercatori. Il motivo principale dello spostamento? per l’82% è la ricerca di un lavoro adeguato alla professionalità, mentre scende la quota di chi scappa per “mancanza di lavoro” (45%).
Il soffitto di cristallo nelle discipline STEM
Il Rapporto evidenzia una parità di genere solo numerica (le donne sono il 50% del totale), che si infrange contro le barriere strutturali, sia in termini di scelta delle discipline che di inquadramento contrattuale. Se nell’area Medico-Sanitaria le donne sono il 64%; nelle aree ad alto valore tecnologico, come l’Informatica e l’Ingegneria, la presenza femminile crolla sotto il 20% e il 27%.
Anche nelle carriere universitarie persiste il divario: le donne accedono meno frequentemente alle posizioni di ricercatore di tipo B o in tenure track rispetto ai colleghi uomini (24% contro 30%). Nonostante il 62% dei dottori si dichiari soddisfatto del percorso formativo e della competenza dei docenti, il 50% esprime un malessere per le prospettive di carriera, un dato per cui 1/3 degli intervistati (37%) dichiara che, se tornasse indietro, non rifarebbe il dottorato, indicando nell’incertezza degli sbocchi professionali la principale causa di rimpianto.
Fonte: ISTAT