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Senza dimora nelle grandi città: oltre 10mila persone censite in una sola notte

Il primo conteggio Point in Time condotto dall'Istat il 26 gennaio 2026 fotografa la grave marginalità adulta nei 14 Comuni Centro di Area Metropolitana. Roma, Milano, Torino e Napoli concentrano oltre il 60% del totale. Quasi il 70% degli ospiti in struttura è di nazionalità straniera.
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10.037 persone senza dimora rilevate 55,4% ospitate in strutture di accoglienza 44,6% in strada, spazi pubblici o di fortuna

La prima fotografia nazionale della povertà estrema

Per la prima volta in Italia, l’Istat ha coordinato un conteggio simultaneo delle persone senza dimora in tutte le principali aree metropolitane del Paese. Nella notte del 26 gennaio 2026, oltre 700 rilevatori hanno percorso le strade di 14 città — da Torino a Palermo, da Venezia a Cagliari — per quantificare con metodi omogenei e comparabili una realtà finora frammentata in stime locali e disomogenee.

L’indagine, promossa dall’Istat in collaborazione con la fio.PSD-ETS (Federazione italiana organismi per le persone senza dimora), ha adottato l’approccio internazionale Point in Time (PIT): un censimento notturno puntuale che consente di rilevare sia chi dorme in strada o in sistemazioni di fortuna, sia chi è ospite delle strutture di accoglienza emergenziale di primo livello. Sono stati censiti solo adulti (18 anni o più), escludendo chi si trova in insediamenti organizzati, stabili occupati o ospitalità privata informale.

 «Roma accoglie oltre un quarto del totale nazionale (26,1%). Seguono Milano con il 16,4%, Torino e Napoli ciascuna al 10,3%: quattro città che insieme concentrano il 63% dei senza dimora censiti.»

La distribuzione geografica: Nord e Centro trainano i numeri

Il risultato più immediato è anche il più eloquente: 10.037 persone senza dimora in una sola notte, distribuite in modo molto diseguale sul territorio. Roma svetta con 2.621 persone, seguita da Milano (1.641), Torino (1.036) e Napoli (1.029). Al polo opposto, Reggio Calabria registra appena 31 presenze, Messina 129 e Catania 218.

La quota di chi si trova in strada — e non al riparo in una struttura — raggiunge valori particolarmente elevati a Genova (65,9%), Firenze (59,0%) e Napoli (55,0%), segnalando una capacità ricettiva del sistema di accoglienza inadeguata rispetto al bisogno. Al contrario, nelle città insulari la presenza in strada è contenuta, con Messina che registra il valore minimo (19,4%).

Persone senza dimora nei 14 Comuni: riepilogo per città

ComuneTotale PSDIn strada% in strada% stranieri (struttura)Posti letto
Roma2.6211.29949,6%69,5%1.591
Milano1.64160136,6%80,1%1.348
Torino1.03637235,9%77,7%770
Napoli1.02956655,0%49,5%518
Genova80352965,9%48,2%295
Palermo61118229,8%67,1%520
Bologna59726344,1%71,9%400
Firenze41024259,0%81,5%208
Bari4048019,8%78,7%388
Cagliari2217031,7%20,5%136
Catania2187835,8%64,3%182
Messina1292519,4%61,5%159
Venezia28615353,5%69,2%133
Reggio Calabria311445,2%70,6%30

Fonte: Istat, Conteggio persone senza dimora nei 14 CCAM, 26 gennaio 2026.

217 strutture, 6.678 posti: il sistema regge ma non basta

Le strutture di accoglienza notturna coinvolte nel rilevamento sono complessivamente 217, per una capienza dichiarata di 6.678 posti letto — inferiore al numero totale dei censiti (10.037). Il tasso di occupazione medio si attesta all’83,3%, con punte del 100% a Venezia e del 111% a Cagliari, dove sono stati allestiti letti aggiuntivi per far fronte a un’emergenza specifica.

La dimensione media delle strutture è di 30,8 posti letto, ma il dato cela una notevole variabilità: Milano dispone di strutture con capienza media di 53,9 posti, mentre Reggio Calabria e Catania si fermano a 15. Solo 9 strutture superano i 100 posti letto; la maggioranza (155) ne offre al massimo 30. La rete è dunque frastagliata e capillare, con un ruolo significativo del privato sociale: 68 strutture su 217 hanno carattere informale, gestite da parrocchie, associazioni di volontariato e cooperative, specialmente a Roma (13), Bologna (7) e Catania (3).

 «Le donne rappresentano il 21,4% degli ospiti in struttura. In strada la quota scende al 12%: un dato che riflette le specifiche vulnerabilità e il maggiore isolamento delle donne in condizione di senza dimora.»

Chi sono: un profilo demografico inatteso

Le persone censite sono prevalentemente uomini in età adulta. Nelle strutture di accoglienza la fascia 31–60 anni rappresenta il 61,3% degli ospiti; i giovani sotto i 30 anni sono il 15,3%, gli over 60 il 23,4%. In strada la proporzione degli anziani scende drasticamente al 10,6%, con una netta concentrazione nella fascia adulta (73,2%).

La componente straniera è maggioritaria: il 69% degli ospiti in struttura è di nazionalità straniera, quota che sale al 70,6% tra chi è conteggiato in strada (sui casi con nazionalità rilevata). A Torino, Milano, Firenze e Bari la presenza straniera in struttura supera il 75%. Fanno eccezione Cagliari (solo il 20,5% di stranieri) e Napoli (49,5%), che mostrano un profilo più equilibrato dal punto di vista dell’origine.

Tra le nazionalità più frequenti nelle strutture si trovano marocchini, rumeni ed egiziani a Milano; rumeni e polacchi a Roma; somali e nigeriani soprattutto nelle città del Nord. Alcune comunità notoriamente numerose — cinesi, bengalesi, filippini, peruviani — sono invece quasi assenti tra i senza dimora, confermando che la vulnerabilità estrema è distribuita in modo selettivo all’interno della popolazione straniera.

Dove si trovano: strade, portici e stazioni

Tra le 4.474 persone conteggiate in strada, quasi la metà (48,7%) si trovava in spazi pubblici aperti: marciapiedi e piazze (35,1%), aree verdi (11,4%), parcheggi (2,2%). Un ulteriore 36,5% ha trovato riparo in portici, sottopassi e ponti. Le stazioni di trasporto hanno accolto il 9,3% dei senza dimora in strada, tende e automobili il 5,5%.

La distribuzione varia significativamente da città a città. A Torino e Genova i portici e i sottopassi sono la soluzione più diffusa; a Roma e Napoli prevalgono i giacigli direttamente sulle strade; a Venezia il 38,4% dei senza dimora in strada staziona vicino a terminal di trasporto (inclusi gli imbarcaderi). Nelle città del Sud — Catania (61,3%), Messina (73,9%), Napoli (57,9%), Bari (58,5%) — domina la sistemazione all’aperto senza alcun riparo.

Sul piano della distribuzione urbanistica, oltre la metà (52,7%) si concentra nelle aree di centro storico e zone pedonali; il 30,1% sulle principali arterie di scorrimento; il 14,7% in zone residenziali e periferiche. Le zone boschive o meno accessibili accolgono il 3,1% del totale, con l’eccezione di Venezia dove le aree lagunari spiegano la presenza del 28,1% in contesti non urbanizzati.

Cosa significa per le amministrazioni comunali

I dati Istat offrono, per la prima volta, una base comparabile su cui impostare politiche locali evidence-based. Alcune indicazioni emergono con chiarezza.

Il deficit di posti letto è strutturale: con 6.678 posti disponibili a fronte di 10.037 persone censite, il gap è di oltre 3.300 unità. Le amministrazioni dovranno pianificare un ampliamento della rete, distinguendo tra emergenza climatica (aumenti temporanei di capienza) e fabbisogno ordinario cronico.

La quota di stranieri impone un approccio multiculturale e multilingue. Sportelli di orientamento, mediatori culturali e percorsi di regolarizzazione documentale sono leve decisive per rendere effettivo il diritto all’accoglienza, dato che 36 strutture richiedono documenti validi per l’accesso.

Le donne senza dimora sono ancora troppo invisibili. La disponibilità di sole 23 strutture dedicate alle donne (a fronte di 104 per uomini e 90 miste) suggerisce un potenziamento dell’offerta specifica, con attenzione alle situazioni di violenza di genere spesso sottese alla condizione di senza dimora.

Il presidio delle aree periferiche è ancora insufficiente. A Roma quasi una persona su cinque si trovava in zone periferiche; in molte città le aree a grande scorrimento e residenziali ospitano quote rilevanti. L’unità mobile di pronto intervento notturno e la collaborazione con il terzo settore rimangono strumenti insostituibili per il raggiungimento di chi sfugge alle strutture centralizzate.

Infine, la metodologia PIT — già standard in molti Paesi europei — rappresenta uno strumento che i Comuni possono adottare autonomamente per monitorare la propria realtà locale con cadenza annuale, costruendo serie storiche utili alla programmazione dei servizi sociali territoriali.

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