La salute non è più solo assenza di malattia fisica. Per oltre un terzo degli italiani, il benessere coincide sempre più con l’equilibrio psicofisico e la serenità mentale. È quanto emerge da una ricerca condotta dal Censis in collaborazione con Lundbeck Italia su un campione di 1.000 adulti, che fotografa un cambiamento culturale profondo nel modo in cui percepiamo la nostra salute.
Una generazione che guarda alla mente
Il dato più significativo riguarda i giovani: il 44% di loro identifica la salute con il benessere mentale, contro una media nazionale del 31,3%. Non si tratta di un dettaglio marginale. Quasi la metà degli italiani (46,7%) ritiene che il benessere fisico dipenda da quello psicologico, mentre un altro 45,8% considera le due dimensioni ugualmente rilevanti. Solo il 7,5% relega la salute mentale a un ruolo secondario.
La crescente attenzione verso questa dimensione trova conferma nelle cifre: il 29,4% delle persone dichiara di pensare ogni giorno o spesso alla propria salute mentale, percentuale che sale al 41,9% tra i giovani e al 34,3% tra le donne. Un’Italia che si interroga, si osserva, si ascolta più di prima.
L’esperienza diffusa del disagio
I numeri raccontano storie di vita vissuta: il 74,1% degli italiani ha avuto esperienze dirette o indirette con problemi di salute mentale. Il 34,2% in prima persona, il 36,3% attraverso familiari o amici. Dopo la pandemia, il disagio psicologico grave è aumentato in modo significativo: dal 13,1% al 16% tra gli adolescenti, dal 17,5% al 19,5% tra i giovani adulti (18-34 anni).
Di fronte a questa diffusione, cresce anche la disponibilità a cercare aiuto: l’82% degli italiani ricorrerebbe o è già ricorso a un professionista. Un segnale di normalizzazione importante, che suggerisce come il tabù stia lentamente cedendo il passo a un approccio più pragmatico e consapevole.
La distinzione tra mente e cervello
La ricerca rivela però anche lacune e incomprensioni. Il 62,8% degli intervistati distingue nettamente tra salute mentale e salute del cervello, separando le malattie neurologiche (come tumori cerebrali e demenze) da quelle psichiatriche (come depressione e disturbi della personalità). Una concezione che riflette scarsa consapevolezza dell’interdipendenza tra questi ambiti e del fatto che entrambi hanno origine nel funzionamento cerebrale.
Tra le malattie più temute spiccano Alzheimer e demenze (49,5%), tumori del cervello (32,7%) e depressione (24,1%). Interessante notare che le fonti di informazione sono miste: solo il 24,1% si affida esclusivamente a fonti professionali (medici, psichiatri), mentre il 30% utilizza solo canali non professionali e media, e il 45,9% combina entrambe le tipologie.
Prevenzione: una richiesta trasversale
C’è un consenso quasi unanime sull’importanza della prevenzione: il 90,3% degli italiani ritiene possibile e necessario intervenire precocemente per evitare l’aggravarsi dei disturbi. Ma quali interventi vengono considerati più efficaci?
Le risposte sorprendono per la loro complessità. In cima alla lista non ci sono solo screening medici (44%), ma soprattutto azioni che coinvolgono la dimensione sociale: promozione del benessere psicologico nelle scuole (48,6%), sostegno nei luoghi della quotidianità come il lavoro (46,8%), potenziamento dei servizi dedicati (43,2%). Gli italiani indicano anche fattori trasversali come stili di vita sani (64,5%), relazioni familiari e sociali positive (52,2%), equilibrio tra lavoro e vita privata (39,3%) e un ambiente di vita non degradato (28,3%).
Un sistema sanitario sotto accusa
Il giudizio sul Servizio Sanitario Nazionale è severo. Circa il 40% ritiene che la prevenzione sia insufficiente per tutte le malattie del cervello, mentre per il 29% lo è solo per alcune. Ancora più critiche le valutazioni sulla capacità di cura: il 56,9% giudica l’azione del SSN poco o per nulla efficace per i disturbi neurologici, il 58,2% per quelli del neurosviluppo e addirittura il 65,6% per quelli psichiatrici.
Chi ha avuto esperienze personali con problemi di salute mentale racconta difficoltà concrete: il 42,4% ha faticato ad accedere ai servizi pubblici, il 59% ha dovuto rivolgersi al privato a pagamento. Un quadro che evidenzia un gap significativo tra bisogni crescenti e risposte del sistema sanitario pubblico.
Lo stigma resiste, ma si indebolisce
Nonostante i progressi culturali, il pregiudizio rimane radicato, soprattutto verso le malattie psichiatriche. Il 67,9% degli italiani ritiene che su questi disturbi pesino ancora vergogna e discriminazione, contro il 44,9% per i disturbi neurologici. Circa il 59% è convinto che chi soffre di problemi di salute mentale viva ancora nell’isolamento sociale.
Eppure, qualcosa sta cambiando. Come sottolinea Ketty Vaccaro, Responsabile Ricerca biomedica e salute del Censis: “Gli italiani appaiono largamente consapevoli della necessità di intervenire precocemente per promuovere il benessere mentale e per evitare che le forme lievi di disagio possano degenerare”.
Verso una visione integrata
Tiziana Mele, Amministratore Delegato di Lundbeck Italia, inquadra la questione in una prospettiva più ampia: “La scienza ci mostra come mente e cervello siano dimensioni inscindibili di un’unica salute: riconoscerlo significa favorire la prevenzione precoce, contrastare lo stigma e sostenere politiche sanitarie più efficaci e realmente centrate sulla persona lungo tutto l’arco della vita”.
La ricerca del Censis delinea un Paese in trasformazione, dove cresce la consapevolezza dell’importanza del benessere psicologico ma restano criticità strutturali nell’offerta di servizi. Un equilibrio ancora da trovare, tra una domanda di salute mentale sempre più esplicita e un sistema sanitario che fatica a tenere il passo. La sfida è chiara: trasformare questa nuova sensibilità collettiva in politiche concrete, accessibili e integrate, che superino la frammentazione tra mente e cervello e mettano al centro la persona nella sua interezza.