Il maltempo che ha investito il Sud Italia in questi giorni ha portato con sé piogge torrenziali, smottamenti, esondazioni. Fenomeni che un tempo chiamavamo “eccezionali” e che oggi sono diventati tragicamente ordinari. I cambiamenti climatici non sono più un’ipotesi o una previsione: sono qui, evidenti, misurabili. Le bombe d’acqua che scaricano in poche ore la pioggia di mesi interi, le temperature anomale, l’instabilità meteorologica crescente sono la nuova normalità con cui dobbiamo fare i conti.
Eppure, di fronte a questa evidenza, continuiamo a comportarci come se nulla fosse cambiato. Continuiamo a costruire dove non si dovrebbe, a impermeabilizzare suoli, a disboscare versanti già fragili, a cementificare alvei fluviali. Come se la natura fosse un elemento passivo, disposto ad accettare qualsiasi sopruso. Invece la natura risponde, e quando lo fa, lo fa con violenza.
Tra Bisogni e Abusivismi
Segnaliamo in un altro articolo su questo giornale che con il monitoraggio costante e la piattaforma IdroGEO, l’ISPRA teneva già sotto controllo la collina franata a Niscemi. Questa vicenda, come quella di tanti altri comuni del Meridione, si inserisce in un contesto più ampio fatto di costruzione selvaggia e abusivismo edilizio cronico. Ma in tutta Italia non parliamo solo delle ville con piscina costruite sulla spiaggia o delle seconde case in zone protette. Parliamo di interi quartieri cresciuti senza pianificazione, di abitazioni edificate su terreni instabili, di opere che hanno modificato il naturale deflusso delle acque.
Dietro questo fenomeno c’è spesso il bisogno: famiglie che cercano una casa, comunità che vogliono svilupparsi, territori poveri che vedono nell’edilizia l’unica fonte di reddito. Ma c’è anche la speculazione, l’affarismo, la complicità tra costruttori senza scrupoli e amministratori compiacenti. E soprattutto c’è un’illusione pericolosa: quella di poter conquistare territorio infinitamente, di poter piegare la geografia ai propri desideri senza pagarne il prezzo.
Le Promesse Tradite
Gli ultimi decenni hanno visto una crescente attenzione internazionale verso le questioni ambientali. Gli Accordi di Kyoto prima, quelli di Parigi poi, sembravano segnare una svolta nella consapevolezza globale. L’Italia stessa si è dotata di normative sempre più stringenti sulla difesa del suolo, sul dissesto idrogeologico, sulla tutela ambientale.
Eppure queste promesse sono state sistematicamente tradite. A livello mondiale, le emissioni continuano a crescere, i grandi inquinatori fanno marcia indietro sugli impegni presi, gli investimenti nelle energie fossili superano ancora quelli nelle rinnovabili. A livello locale, le leggi vengono aggirate attraverso condoni edilizi, sanatorie, deroghe. I piani di prevenzione del rischio idrogeologico rimangono spesso sulla carta, privi dei finanziamenti necessari per essere attuati.
L’uomo ha deciso, di fatto, di fregarsene. Di continuare a vivere e costruire come se le risorse fossero infinite, come se il pianeta potesse assorbire qualsiasi impatto, come se ci fosse sempre un domani in cui rimandare scelte difficili. È una forma di negazionismo pratico: anche chi riconosce il problema a parole, nei fatti continua a comportarsi come se non esistesse.
I Sindaci in Trincea
In questa situazione drammatica, i comuni si trovano in prima linea, stretti in una morsa impossibile. Da un lato ci sono le competenze urbanistiche, la responsabilità di pianificare lo sviluppo del territorio, di garantire la sicurezza dei cittadini, di tutelare il suolo. Dall’altro ci sono pressioni enormi: quelle dei costruttori che premono per nuove licenze, quelle delle famiglie che chiedono case e servizi, quelle dei bilanci comunali sempre più magri che vedono negli oneri di urbanizzazione una delle poche entrate certe.
I sindaci, soprattutto al Sud, si trovano a gestire questa contraddizione quotidianamente. Molti di loro conoscono perfettamente i rischi del proprio territorio: sanno quali sono le zone a rischio frana, quali quelle soggette ad alluvione, dove non si dovrebbe costruire. Ma sono anche consapevoli che dire di no significa spesso scontrarsi con interessi potenti, perdere consenso, andare incontro a ricorsi e contenziosi che un piccolo comune non può sostenere.
Alcuni amministratori cercano di resistere, di applicare i piani di assetto idrogeologico con rigore, di investire in prevenzione piuttosto che in nuove opere. Ma sono spesso isolati, criticati come “ambientalisti ideologici” che frenano lo sviluppo.
La Grande Contraddizione
Viviamo in una contraddizione profonda. Vogliamo case sicure ma costruiamo in zone pericolose. Chiediamo interventi dopo le emergenze ma non investiamo nella prevenzione. Invochiamo regole più severe ma poi chiediamo sanatorie per chi le ha violate. Parliamo di ambiente ma poi misuriamo il progresso in metri cubi di cemento.
Questa contraddizione si manifesta con particolare evidenza nel Mezzogiorno, dove la fragilità geologica si somma a quella economica e sociale. Dove il bisogno di sviluppo si scontra con la necessità di tutela. Dove generazioni di abbandono da parte dello Stato hanno creato un vuoto che viene riempito dall’illegalità e dall’improvvisazione.
Quale Futuro?
La frana di Misceni ci pone di fronte a domande che non possiamo più rimandare. Siamo disposti a cambiare davvero il nostro rapporto con il territorio? Siamo pronti a investire risorse massicce nella messa in sicurezza, nella delocalizzazione di abitazioni costruite in zone pericolose, nella riqualificazione urbanistica? Abbiamo il coraggio di dire basta alla speculazione edilizia, di bloccare nuove costruzioni in aree a rischio, di applicare le normative esistenti con rigore?
O continueremo a piangere i morti dopo ogni tragedia, a promettere che questa sarà l’ultima volta, per poi ricominciare come prima appena l’attenzione dei media si sposta altrove?
La natura non aspetta le nostre decisioni. Riprenderà i suoi spazi comunque, con o senza il nostro consenso. La scelta è se vogliamo accompagnare questo processo con intelligenza e pianificazione, o se vogliamo continuare a subirlo con perdite crescenti di vite umane e risorse.
I fatti di Misceni, come quelli di Sarno, di Messina, di Genova, di tante altre località italiane, sono campanelli d’allarme che suonano sempre più forte. Prima o poi dovremo decidere se ascoltarli o continuare a tapparci le orecchie. Ma il tempo per scegliere si sta esaurendo, esattamente come il territorio che ci ostiniamo a conquistare senza rispettarlo.