La guerra nel Golfo Persico e l’arma dell’acqua: perché la dissalazione è il vero tallone d’Achille del Medio Oriente
Energia e Ambiente 24 Marzo 2026, di Danilo Grossi
Dal 28 febbraio 2026, il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran ha trasformato il Golfo Persico in uno scenario di guerra attiva. Mentre l'attenzione internazionale si concentra su petrolio, missili e stretti marittimi, un'altra vulnerabilità cruciale emerge con forza dai rapporti degli analisti: quella degli impianti di dissalazione dell'acqua marina, infrastrutture critiche da cui dipende la sopravvivenza di decine di milioni di persone nei Paesi del Golfo.
6 Bahrain, Kuwait, Oman, Qatar, UAE, Arabia Saudita Paesi del CCG con dissalazione critica
22,67 mln m³/giorno (33% prod. mondiale) Capacità produttiva giornaliera CCG
3.401 il 19% di tutti gli impianti mondiali Impianti operativi nei 6 Paesi
Petromonarchie senz’acqua: una dipendenza strutturale
La Penisola Arabica è tra le regioni più aride del pianeta. Nessun fiume permanente attraversa il territorio dei sei Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG). Le risorse idriche rinnovabili totali dei sei Paesi sommano appena 7,21 miliardi di m³ all’anno — meno della portata annua del fiume Potomac, per una popolazione di 62 milioni di persone.
Gli standard internazionali fissano a 1.700 m³ pro capite il livello minimo di risorse idriche rinnovabili per soddisfare i bisogni di una società (uso domestico, agricoltura, industria). Al di sotto di questa soglia si parla di «stress idrico»; quando si scende sotto i 500 m³, si entra nella «scarsità assoluta». I Paesi del CCG non sfiorano nemmeno quella soglia: il Kuwait dispone di soli 4 m³ pro capite annui, gli Emirati Arabi Uniti di 15, il Qatar di 20.
Paese
Dissalazione su fabbisogno totale
Acqua potabile da dissalazione
Qatar
77,3%
99%
Bahrain
67,5%
oltre 90%
UAE
52,1%
42%
Kuwait
42,2%
90%
Oman
31%
86%
Arabia Saudita
18,1%
70%
Fonte: Center for Strategic and International Studies (CSIS), 2026. Elaborazione redazionale.
«Il Qatar ottiene il 99% dell’acqua potabile dalla dissalazione. Città come Dubai, Manama e Kuwait City non esisterebbero senza questi impianti.»
Il conflitto tocca già le infrastrutture idriche
Fin dai primi giorni del conflitto iniziato il 28 febbraio, si sono moltiplicati i segnali che la guerra stia lambendo le infrastrutture idriche della regione. Il complesso di produzione energetica e idrica di Fujairah F1 negli Emirati e la centrale di Doha West in Kuwait hanno riportato danni da missili o detriti di droni intercettati, pur mantenendo operative le proprie funzioni.
Il 7 marzo, l’Iran ha accusato gli Stati Uniti di aver colpito un impianto di dissalazione sull’isola di Qeshm, nello Stretto di Hormuz, compromettendo la fornitura d’acqua a 30 villaggi. Il giorno successivo, il Ministero dell’Interno del Bahrain ha denunciato l’attacco di un drone iraniano contro uno dei propri impianti di dissalazione, senza tuttavia conseguenze immediate sulle forniture.
Questi episodi — ancora contenuti — rivelano una logica di escalation preoccupante. Colpire gli impianti idrici di popolazioni civili è esplicitamente vietato dall’art. 54 del Protocollo Aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra del 1977, che proibisce la distruzione di «oggetti indispensabili alla sopravvivenza della popolazione civile, come le installazioni e le riserve di acqua potabile». Si tratterebbe di un crimine di guerra.
Cronologia degli eventi chiave (febbraio–marzo 2026) ⚠ 28 febbraio 2026 — Scoppio del conflitto armato tra USA/Israele e Iran nel Golfo Persico ⚠ Primi giorni — Danni a Fujairah F1 (UAE) e Doha West (Kuwait) da missili/droni; operatività non interrotta ⚠ 7 marzo — Iran denuncia attacco USA all’impianto di Qeshm Island; acqua interrotta per 30 villaggi ⚠ 8 marzo — Bahrain denuncia drone iraniano contro un centro di dissalazione; forniture non compromesse
Le vulnerabilità degli impianti: quattro vettori di attacco
Gli analisti del CSIS identificano quattro principali categorie di rischio per gli impianti di dissalazione del CCG:
1. Attacchi diretti con missili e droni. Gli impianti sono grandi complessi industriali fissi, a cielo aperto, concentrati lungo le coste entro 350 km dal territorio iraniano. Sono altrettanto esposti di qualsiasi altra infrastruttura civile già colpita. La loro struttura «lineare» — la trasformazione dell’acqua avviene per fasi sequenziali — li rende vulnerabili: un danno alle pompe ad alta pressione o ai moduli a membrane può fermare l’intera produzione per settimane.
2. Taglio dell’energia. Circa tre quarti degli impianti nel CCG sono centrali integrate acqua-energia. Interrompere la corrente equivale a fermare la produzione idrica. Iran potrebbe colpire la rete elettrica invece che gli impianti stessi.
3. Inquinamento delle acque di mare. Nel 1991, le forze irachene distrussero gran parte della capacità di dissalazione kuwaitiana e sversarono milioni di barili di petrolio nel Golfo, compromettendo le prese d’acqua marina di Kuwait e Arabia Saudita. Le tecnologie moderne a osmosi inversa (SWRO) sono ancora più vulnerabili a intasamenti e membrane sporcate rispetto ai processi termici dell’epoca. Nel 2008-2009, una fioritura algale massiccia («red tide») fu sufficiente a bloccare diversi impianti in Oman e UAE per quasi due mesi.
4. Cyberattacchi. L’Iran ha una lunga storia di attacchi cyber alle infrastrutture idriche ed energetiche dei Paesi del Golfo, degli Stati Uniti e di Israele. I sistemi di controllo industriale degli impianti di dissalazione costituiscono un bersaglio accessibile e ad alto impatto.
Un precedente storico: la guerra del Golfo del 1991 ▸ Le forze irachene distrussero la maggior parte della capacità di dissalazione kuwaitiana ▸ Milioni di barili di petrolio sversati nel Golfo Persico settentrionale ▸ Kuwait costretto a razionare l’acqua domestica a 4 giorni a settimana ▸ Rifornimento garantito da navi cisterna e centinaia di autobotti ▸ La lezione: anche un’interruzione parziale può paralizzare città intere per settimane
Il paradosso strategico: l’acqua come arma geopolitica
Iran non può sconfiggere militarmente gli Stati Uniti né impedire i bombardamenti sul proprio territorio. La sua strategia, secondo gli analisti, punta a un’escalation «orizzontale» (allargamento geografico del conflitto) e «verticale» (innalzamento del costo politico per tutte le parti). Chiudere lo Stretto di Hormuz, colpire infrastrutture «soft» nei Paesi del Golfo, lanciare offensive cyber: l’obiettivo non è la vittoria militare, ma il logoramento politico.
Colpire le infrastrutture idriche dei Paesi del CCG servirebbe a questo scopo su due livelli: creare fratture tra i governi del Golfo — che Teheran considera complici del conflitto pur non essendone combattenti diretti — e i loro partner americani e israeliani; e amplificare la pressione interna sui governi del CCG, spingendoli a cercare un’uscita diplomatica da una guerra che non hanno scelto.
«La vera arma non è il drone. È la cancellazione dell’assicurazione, la rotta della petroliera deviata, l’investitore che si ferma a riflettere.» — analista CSIS
La capacità di risposta è limitata: scorte idriche insufficienti
Un elemento critico emerso dall’analisi è l’inadeguatezza delle riserve idriche strategiche nei Paesi del CCG. Gli Emirati Arabi Uniti, con la loro strategia «Water Security 2036» adottata nel 2017, puntano ad accumulare riserve sufficienti per 16-45 giorni in condizioni di emergenza estrema con razionamento — ma solo 2 giorni di consumo normale. Bahrain, Kuwait e Qatar dispongono di riserve ancora più limitate.
Questa fragilità strutturale significa che un’interruzione prolungata della produzione — anche di una sola settimana — potrebbe rapidamente trasformarsi in una crisi umanitaria, costringendo a forme di razionamento e a rifornimenti d’emergenza tramite autocisterne, come già accaduto nel 1991 in Kuwait.
Capacità di stoccaggio idrico nei Paesi del CCG ⚠ UAE: riserve strategiche per 2 giorni (consumo normale) / 16-45 giorni (razionamento di emergenza) ⚠ Arabia Saudita: riserve strategiche limitate, insufficienti per interruzioni prolungate ⚠ Bahrain, Kuwait, Qatar: capacità di buffer insufficienti per interruzioni significative ⚠ Nessun Paese del CCG ha realizzato uno stoccaggio idrico commisurato alla propria capacità produttiva
Perché questa crisi interessa i Comuni italiani
A prima vista, un conflitto nel Golfo Persico potrebbe sembrare lontano dalle preoccupazioni quotidiane degli amministratori locali italiani. Non è così. Le ripercussioni sono dirette e multiple.
Le ricadute per i Comuni italiani: sei dimensioni di rischio ▸ Energia: il Golfo Persico rappresenta una quota rilevante delle importazioni mondiali di gas naturale e petrolio. Un’interruzione delle forniture ridisegna i mercati energetici globali, con effetti immediati sui costi delle utenze comunali ▸ Inflazione: la destabilizzazione energetica si trasmette rapidamente ai prezzi di beni e servizi, con pressioni sui bilanci comunali e sul potere d’acquisto delle famiglie ▸ Fertilizzanti e approvvigionamento alimentare: Qatar e altri Paesi del CCG sono grandi produttori di fertilizzanti azotati. Una crisi idrica nella regione impatta la filiera alimentare globale ▸ Rifugiati e pressioni migratorie: scenari di crisi umanitaria nella regione (acqua, energia, conflitto) possono generare nuovi flussi migratori verso l’Europa e l’Italia ▸ Sicurezza informatica delle infrastrutture locali: le campagne cyber iraniane colpiscono infrastrutture idriche ed energetiche in tutto il mondo. I gestori italiani di acquedotti e reti energetiche devono alzare la guardia ▸ Lezioni per la pianificazione: la vulnerabilità dei sistemi idrici del CCG ricorda che anche in Italia la resilienza delle infrastrutture idriche e la riduzione della dipendenza da fonti singole sono priorità strategiche
Non è un caso che una nota della CIA desecretata nel 2010 — redatta oltre quarant’anni prima — segnalasse già come la dipendenza dei Paesi del Golfo dalla dissalazione costituisse una vulnerabilità strategica di primo piano. Il conflitto in corso dimostra con forza che quella dipendenza si è approfondita e le vulnerabilità restano. Quando le armi taceranno, la concezione di sicurezza idrica e nazionale dei Paesi del CCG sarà trasformata.
Fonti e riferimenti • David Michel, «Could Iran Disrupt the Gulf Countries’ Desalinated Water Supplies?», CSIS — Center for Strategic and International Studies, 19 marzo 2026 • 1977 Additional Protocol to the Geneva Conventions, Art. 54(2) — protezione delle infrastrutture idriche civili • UN Food and Agriculture Organization — dati sulle risorse idriche rinnovabili pro capite nei Paesi del CCG • Eurostat / CSIS — dati sulla capacità di dissalazione e dipendenza idrica nei sei Paesi del CCG