Intelligenza artificiale e diritto d’autore: il mondo della stampa e dell’editoria che cambiano
Innovazione 16 Marzo 2026, di Danilo Grossi
Il panorama editoriale italiano, sia quello legato alla Stampa che quello dedicato ai libri, è da decenni dominato da un ristretto numero di grandi famiglie e gruppi industriali. Cosa cambia con l'avvento dell'Intelligenza artificiale?
Per i comuni italiani, questo non è un tema astratto. L’informazione locale — quella che racconta i consigli comunali, le varianti urbanistiche, le liste civiche, i bilanci di previsione — dipende in larga misura dalla tenuta economica delle redazioni territoriali, spesso controllate dagli stessi grandi gruppi nazionali o sopravvissute a malapena come presidi editoriali autonomi. Quando un giornale locale chiude o riduce drasticamente la redazione, è la vita democratica del territorio a impoverirsi.
Ma questi grandi gruppi stanno reggendo un edificio sempre più fragile. La Repubblica, che nei suoi anni d’oro superava le 600.000 copie vendute al giorno, è scesa sotto quota 100.000 copie. Un crollo che non è solo il destino di una singola testata: nel 2024, le copie complessive vendute da tutti i quotidiani italiani hanno segnato una flessione del 5,5% su base annua e del 20% rispetto al 2020.
In questo scenario di forte concentrazione e crisi strutturale, le voci autenticamente indipendenti si contano sulle dita di una mano. Anche nel mondo dell’editoria libraria la tendenza alla concentrazione è evidente: Marsilio, storica casa editrice veneziana, è oggi parte del Gruppo Feltrinelli, mentre Sellerio resta una delle poche grandi realtà rimaste indipendenti.
Su questo panorama già fragile si abbatte ora una sfida di natura diversa, e per certi versi più radicale: l’intelligenza artificiale. Mentre i grandi gruppi continuano a concentrare il controllo della distribuzione e dei marchi editoriali, la produzione stessa dei contenuti è sempre più affidata — o affiancata — a sistemi automatizzati capaci di generare testi in pochi secondi. Per le amministrazioni locali, questa trasformazione solleva una domanda concreta: quando un articolo sulla delibera del consiglio comunale è scritto da un algoritmo, chi ne garantisce l’accuratezza, il contesto, la responsabilità editoriale?
La questione della paternità intellettuale dell’opera è al centro di questa crisi. Il diritto d’autore, nella tradizione giuridica italiana ed europea, è storicamente ancorato all’idea di creazione personale: l’opera è tutelata perché porta il segno riconoscibile di una mente umana, di una scelta, di uno stile. La legge italiana del 1941, n. 633 — ancora oggi il pilastro fondamentale della materia — definisce le opere dell’ingegno come creazioni intellettuali di carattere creativo, presupponendo implicitamente un autore in carne e ossa. La legge n. 93 del 2023 ha rafforzato questo impianto sul fronte della pirateria digitale, introducendo strumenti più incisivi contro la diffusione abusiva di contenuti in rete e obbligando i provider a bloccare l’accesso a siti illeciti entro trenta minuti dalla notifica. Una risposta concreta, ma pensata per un nemico noto: il pirata che copia e redistribuisce.
Un momento dell’evento ‘Lo scrittore, il libro, il lettore di Matera organizzato dalla FUIS in cui si è affrontato il tema dell’ AI e del diritto d’autore.
L’intelligenza artificiale pone un problema diverso e più sottile. Non copia: genera. Non redistribuisce: produce. Un modello linguistico addestrato su milioni di testi — articoli di giornale, romanzi, saggi — è capace di scrivere in uno stile riconducibile a un autore specifico senza riprodurne una sola frase. Nessuna norma vigente in Italia prevede esplicitamente la tutela dell’autore umano nei confronti di questa forma di imitazione su scala industriale, né regola in modo chiaro chi detiene i diritti su un testo generato con il contributo determinante di una macchina. L’Unione Europea con l’AI Act ha iniziato a porre paletti, imponendo obblighi di trasparenza sui contenuti generati dall’AI, ma la distanza tra la norma e la pratica quotidiana delle redazioni rimane abissale.
Nel frattempo, alcune grandi testate internazionali hanno già avviato cause legali contro i principali sviluppatori di modelli linguistici, sostenendo che l’addestramento su archivi di articoli protetti costituisca una violazione del diritto d’autore. In Italia, il dibattito è appena agli inizi, e si svolge in un contesto in cui i grandi editori — già indeboliti dal crollo delle copie — faticano a sostenere battaglie legali costose e dall’esito incerto.
Il paradosso è stridente: da un lato, i grandi editori vedono erodere lettori e ricavi; dall’altro, si trovano a dover difendere il valore della parola scritta in un momento in cui quella parola può essere generata automaticamente, a costo zero, da chiunque abbia accesso a un modello linguistico. Gli autori — giornalisti, scrittori, saggisti — si trovano così stretti in una doppia morsa: quella della concentrazione proprietaria che ne limita gli spazi editoriali, e quella tecnologica che ne mette in discussione l’unicità stessa della voce.
Per i comuni italiani, che sono spesso i primi — e talvolta gli unici — a finanziare o sostenere il giornalismo di prossimità attraverso bandi, abbonamenti istituzionali o spazi di comunicazione pubblica, comprendere queste dinamiche non è un esercizio culturale: è una responsabilità politica. Un’informazione locale libera, accurata e sostenibile è infrastruttura democratica, al pari di una strada o di una scuola.