C’è un paradosso che attraversa il 2025 e che dovrebbe far riflettere chiunque si occupi di governo del territorio: mentre i dati scientifici registrano le temperature medie più elevate degli ultimi 150 anni e le concentrazioni di CO₂ nell’atmosfera raggiungono livelli mai toccati negli ultimi 14 milioni di anni, i media di tutto il mondo parlano di clima sempre di meno.
Lo certifica il rapporto annuale del MeCCO – Media and Climate Change Observatory, l’osservatorio internazionale fondato all’Università di Oxford nel 2007 e oggi basato all’Università del Colorado. Monitorando 59 paesi in 14 lingue e sette aree geografiche mondiali, il MeCCO ha rilevato nel 2025 un calo della copertura mediatica globale del 14% rispetto al 2024, e addirittura del 38% rispetto al 2021, anno-picco del monitoraggio. In termini di classifica, il 2025 si piazza al 10° posto su 22 anni di rilevazioni: un risultato che non si vedeva da oltre un decennio.
La classifica storica: dove finisce il 2025
Il quadro storico rende ancora più evidente la portata del fenomeno. Negli ultimi 22 anni, i picchi di copertura si sono concentrati intorno ad alcuni eventi-chiave: il 2007 con il film di Al Gore e il rapporto IPCC, il 2009 con il caso Climategate, il 2021 con l’agenda verde Biden e gli accordi COP26. Il 2025 inverte bruscamente questa traiettoria.
Il calo riguarda tutto il mondo, ma non uguale ovunque
Il calo non è uniforme. Secondo i dati MeCCO, la diminuzione è più marcata in Africa, Medio Oriente, Nord America ed Europa, mentre risulta meno pronunciata in Asia, America Latina e Oceania. Un dato che suggerisce come l’agenda politica nordamericana – con il ritiro degli Stati Uniti dagli impegni climatici internazionali sotto la nuova amministrazione Trump – abbia influito in modo significativo sull’attenzione mediatica globale.
Degna di nota è la dinamica di dicembre 2025: la copertura in Europa ha raggiunto livelli non visti dall’agosto 2016, mentre il Nord America è tornato ai valori del febbraio 2018. Un segnale di raffreddamento editoriale particolarmente acuto proprio nel mese in cui si è tenuta la Conferenza ONU sul clima in Brasile.
“La copertura di novembre negli USA – 362 articoli in totale sui cinque principali quotidiani – è stata la più bassa dell’intero 2025, a eccezione di maggio. C’era una conferenza sul clima, ma nessun corrispondente picco giornalistico.” — Chris Mooney, giornalista Pulitzer, Substack ReportEarth
Gennaio 2025: la (breve) eccezione americana
Il mese di gennaio ha fatto eccezione. La copertura globale è cresciuta del 27% rispetto a dicembre 2024 e del 15% rispetto a gennaio 2024. A trainare il dato è stato il Nord America, con un balzo del 74%, alimentato da due grandi temi: gli incendi devastanti nell’area di Los Angeles – con espliciti collegamenti agli effetti del cambiamento climatico – e le prime mosse della nuova amministrazione Trump in materia di politica energetica e climatica.
Tra i provvedimenti più dibattuti: il ritiro dagli Accordi di Parigi, il congelamento dei fondi federali per il clima, la revoca del divieto di trivellazione offshore firmato da Biden su oltre 250 milioni di ettari di acque costiere, e l’annuncio di una strategia di “dominanza energetica” basata su combustibili fossili. A livello internazionale, l’Unione Europea ha risposto riaffermando il proprio impegno agli obiettivi climatici, con la Presidente von der Leyen che ha dichiarato: l’Europa “mantiene la rotta”.
Gli incendi di Los Angeles: quando il clima fa notizia
Gli incendi di Los Angeles di gennaio 2025 – i più distruttivi nella storia della città con oltre 16.000 edifici andati distrutti – hanno catalizzato una copertura eccezionale, in parte proprio grazie ai collegamenti espliciti con il cambiamento climatico. Studi del World Weather Attribution hanno documentato come il riscaldamento globale abbia reso le condizioni favorevoli agli incendi il 35% più probabili, allungando di oltre tre settimane la stagione a rischio e riducendo le piogge autunnali che tradizionalmente mettono fine alla stagione degli incendi.
Un caso da manuale per i comunicatori pubblici: quando l’evento estremo è abbastanza vicino, abbastanza visibile e abbastanza documentabile, il nesso clima-disastro trova spazio anche nei media più riluttanti.
“Il cambiamento climatico ha reso quelle condizioni atmosferiche circa il 35% più probabili. La stagione degli incendi si è allungata di oltre tre settimane nel clima attuale.” — World Weather Attribution.
Cosa significa per i Comuni italiani
Il calo della copertura mediatica sul clima non è una questione astratta per chi amministra un territorio. I sindaci e gli assessori italiani sanno bene che la percezione pubblica dei rischi ambientali – alluvioni, siccità, ondate di calore, dissesto idrogeologico – dipende in larga misura da ciò che i cittadini leggono e ascoltano. Meno attenzione mediatica significa spesso meno pressione politica, meno fondi mobilitati, meno consapevolezza nei piani di emergenza locali.
In questo contesto, le amministrazioni comunali svolgono un ruolo cruciale come “amplificatori locali”: tradurre i dati globali in impatti concreti sul proprio territorio, comunicare in modo chiaro i rischi climatici ai cittadini, e integrare la transizione ecologica nella pianificazione urbanistica e nei piani di protezione civile. Il PNRR ha messo a disposizione risorse significative proprio per questo: adattamento climatico, efficienza energetica, mobilità sostenibile. Sta ai Comuni trasformare queste risorse in azioni visibili e misurabili.
Il rapporto MeCCO ci ricorda che il silenzio dei media non corrisponde al silenzio del clima. I fenomeni continuano; spetta alla politica locale – e all’informazione istituzionale – tenere viva la conversazione.
Fonte principale: MeCCO – Media and Climate Change Observatory, Annual Year-End Report 2025, University of Colorado Boulder / CIRES. Elaborazione redazionale.