Nella città del Santo senza nome e del Prato senza erba, il Caffè senza porte racconta la sua storia
Una sala di lettura dove non occorre ordinare alcuna consumazione, una parete forata da un proiettile durante i moti risorgimentali, un luogo in cui la goliardia universitaria patavina ogni anno rinnova il suo tribuno. Qui Padova, Caffè Pedrocchi
Nel 1816 Antonio Pedrocchi, figlio di un piccolo ristoratore bergamasco, commissionò all’architetto veneziano, Giuseppe Jappelli, l’ampliamento della caffetteria ereditata dal padre. Il nuovo edificio, che secondo gli intenti doveva essere il Caffè “più bello della terra” fu inaugurato nel 1831 e affiancato, cinque anni dopo, dal Pedrocchino, l’elegante costruzione neogotica riservata in origine all’arte dolciaria. Situato nel centro cittadino di Padova, quasi a fianco del Palazzo comunale e al Bo, sede dell’Università, sin dai primi anni divenne noto come il Caffè senza porte, sia perché era aperto giorno e notte, sia per l’accoglienza dettata dalla sua stressa struttura: il porticato aperto e senza vetrate rappresentava una sorta di passaggio nel cuore della città.
Jappelli articolò il complesso in diversi spazi con funzioni specifiche: la caffetteria vera e propria; la borsa; la sala del biliardo; il fumoir. Al piano superiore (aperto nel 1842, in occasione della IV riunione degli scienziati italiani) si trova un salone da ballo intitolato a Rossini ed una serie di stanze che attraverso gli arredi e gli affreschi parietali raccontano il progresso dell’umanità.
A quel tempo al Pedrocchi i prezzi delle consumazioni non erano cari come oggi, seppure il luogo fosse di gran pregio. Il proprietario (tra le curiosità ricordiamo che fu il primo ad illuminare a gas un locale pubblico) ebbe un modo assai singolare di trattare la clientela: chiunque, infatti, poteva sedere ai tavoli del suo locale anche senza ordinare cosa alcuna e vi si poteva trattenere a leggere libri e giornali messi a disposizione di tutti senza curarsi del tempo. Alle donne erano offerti dei fiori e, in caso di pioggia improvvisa, veniva prestato loro un ombrello. Il Caffè senza porte era un luogo di ritrovo per scrittori ed artisti, tra questi Ippolito Nievo, Fusinato, D’Annunzio, la Duse, Martinetti e Stendhal, che in una sua opera descrisse addirittura lo zabaione pedrocchiano come una memorabile leccornia.
Di proprietà del Comune di Padova dal 1891, il Caffè patavino ospita tra le diverse sale anche il museo del Risorgimento. Si perché il Pedrocchi fu di fatto teatro dei moti studenteschi del 1848 contro l’invasore austriaco, come testimoniano ancora oggi le targhe ricordo poste sulla parete della Sala Bianca. E proprio qui fu organizzata dagli studenti padovani l’insurrezione dell’8 febbraio 1848 contro i dominatori, repressa con le armi. Ancora oggi questo avvenimento viene ricordato ogni anno dalla fervida goliardia padovana, con la festa del cambio del tribuno. A prova di quanto avvenne vi è il foro dei proiettili sparati dai militari austriaci contro gli studenti e fu proprio il ferimento di uno di essi a dare il via ai moti risorgimentali di Padova. Al piano terra la Sala Rossa, Bianca e Verde sono i tre ambienti principali della struttura e rappresentano l’Unità d’Italia.
Nella parte posteriore dell’edificio vi è un colonnato in stile dorico che sorregge una loggia. Altri due balconi si trovano sul lato nord affacciati sulla piccola piazza. Qui quattro leoni in marmo scolpiti da Petrelli fanno buona guardia.
Il Caffè senza porte, come si legge su un numero del 1905 della “Lettura”, supplemento del Corriere della Sera, è il luogo in cui “ogni affare, ogni movimento della vita quotidiana si ripercuote e si svolge. Ad esso convergono sia i minuti pettegolezzi della cronaca mondana, sia i grandi negoziati che spostano e agitano terre e agricoltori, sia le ultime questioni politiche e, nei momenti di crisi, le idee audaci e le audacissime decisioni […]”. “Al Pedrocchi ciascuno dei tavoli ha raccolto i pensieri più disparati, e le gioie e le miserie umane, le più piccole e le più grandi”. Ed anche oggi pur avendo inevitabilmente perso parte della sua vocazione originaria (la Sala Verde è tuttavia a disposizione di chiunque vi si voglia sedere anche senza ordinare la consumazione) il Caffè Pedrocchi è pieno di vita e di iniziative culturali che fanno emozionare e battere forte il cuore della città.