Il Report analizza gli andamenti degli ultimi cinque anni, mettendo in evidenza i risultati raggiunti rispetto agli obiettivi annunciati all’inizio della precedente legislatura, sottolineando altresì le questioni ancora aperte. In alcuni casi vengono indicate possibili vie da intraprendere che, naturalmente, per le caratteristiche del Rapporto stesso e del momento in cui è stato chiuso, non tengono in conto, se non in parte, delle proposte oggi all’attenzione delle forze politiche.
Vediamo così che per quanto riguarda la spesa previdenziale nei prossimi anni, il bilancio pubblico sarà fortemente condizionato dall’invecchiamento della popolazione e dalle modifiche della struttura demografica. E’ un fenomeno i cui tratti essenziali sono noti da tempo, ma che, stando a nuove stime prodotte nelle sedi preposte (Istat, RgS, Commissione europea), potrebbe avere effetti sulla spesa per la protezione sociale (previdenza, assistenza e sanità) più acuti di quanto finora atteso.
Lo scorso anno i costi per prestazioni sociali in denaro sono cresciuti dell’1,7 per cento. L’incidenza sul prodotto è invece diminuita di un decimo, al 19,9 per cento. Sono aumentate dell’1,2 per cento le prestazioni pensionistiche e del 3,4 per cento quelle sociali: si tratta di tendenze che segnano miglioramenti rispetto agli ultimi anni. Secondo le proiezioni del Def 2018, per le pensioni si prefigura un aumento intorno al 2 per cento annuo nel 2018/19 e un’accelerazione vicina al 3 per cento annuo nel successivo biennio; per le altre prestazioni sociali in denaro una crescita del 3,9 per cento quest’anno, del 3,2 per cento nel 2019 e assai inferiore nel 2020-21 (1,4 e 0,7 per cento).
Il settore previdenziale non può essere giudicato, tuttavia, solo dagli andamenti di breve termine. Nel complesso, le informazioni più recenti consegnano un quadro in chiaroscuro: chiaro con riferimento all’oggi e al futuro prossimo; meno nitido, e soprattutto meno favorevole rispetto a quanto si fosse usi a ritenere, con riguardo al lungo periodo. Notizie non tranquillizzanti si traggono dall’aggiornamento delle proiezioni di lungo termine effettuato lo scorso settembre dalla Ragioneria generale dello Stato e riproposte nel Def 2018. Nelle nuove proiezioni, il rapporto spesa per pensioni/Pil aumenta, rispetto alle valutazioni del Def 2017, tra i 2 e i 2,5 punti percentuali intorno al 2040; l’effetto sulla combinazione debito pubblico/Pil risulterebbe marcato: un aumento di circa 30 punti nel 2070. Le ragioni alla base del peggioramento sono da ricondurre alla minore crescita del Pil nel lungo periodo, a sua volta dovuta a fattori demografici e di produttività. D’altra parte, un dato è sufficiente a sottolineare le sfide che l’Italia dovrà vincere per guadagnare migliori prospettive di sviluppo: la prevista riduzione della popolazione, da qui al 2070, per circa 6,5 milioni di abitanti.
Tra i diversi ambiti di approfondimento, un capitolo del Rapporto della Corte dei conti è poi dedicato agli Enti territoriali, destinatari di misure molteplici e diversificate, ma accomunate dall’obiettivo di essere uno stimolo ad una politica di sviluppo. Misure che sembrano ancora stentare a conseguire risultati apprezzabili, nonostante il confronto con i dati del monitoraggio degli equilibri per il 2016 mostri comunque una crescita della spesa in conto capitale in termini di impegni di circa il 7 per cento per le Regioni e del 10,6 per cento per i Comuni.
Il documento approfondisce i principali strumenti volti ad ottenere un effetto propulsivo sugli investimenti, in particolare il Patto nazionale verticale/orizzontale e le intese regionali. Modalità già sperimentate negli anni del Patto di stabilità interno, ora rafforzate dal carattere strutturale assegnato loro dalla legge n. 243/2012 e da meccanismi premianti/sanzionatori, come pure da sistemi di monitoraggio continuo degli interventi, sia sotto il profilo finanziario che di avanzamento fisico dei lavori.
Si tratta di misure che, come noto, non si sostanziano in nuove risorse, ma nell’ampliamento dei margini di saldo degli Enti, al fine di consentire una maggiore spesa per investimenti in alcuni settori ritenuti strategici (edilizia scolastica, prevenzione del rischio idrogeologico, ricostruzione post sisma), ovvero per sostenere politiche di sviluppo in quelle Amministrazioni che presentano condizioni di svantaggio, come ad esempio i piccoli Comuni.
Il complesso delle misure ha attivato nel 2017 una maggiore spesa potenziale per quasi un miliardo solo per Comuni ed Enti di area vasta, da finanziare in debito o con l’utilizzo dell’avanzo di amministrazione e gli incentivi sono stati indirizzati con priorità verso i Comuni che presentavano più evidenti capacità di utilizzare gli spazi ottenuti, vale a dire in base alla disponibilità di risorse finanziarie spendibili e ai progetti immediatamente cantierabili.
Anche per le Regioni il valore complessivo della flessibilizzazione si avvicina al miliardo (500 milioni con il Patto verticale e 470 milioni come contributo dal Fondo per gli investimenti istituito dal comma 140 della legge di bilancio per il 2017).
Queste misure si sono aggiunte alla facoltà, sempre riconosciuta alle Amministrazioni, di finanziare investimenti con avanzo o debito nei margini consentiti dal proprio saldo di finanza pubblica; una facoltà che può essere attivata nei limiti in cui i nuovi istituti introdotti con l’armonizzazione contabile (fondo crediti di dubbia esigibilità e altri accantonamenti, fondo pluriennale vincolato) creino gli spazi necessari. Tutti gli strumenti di agevolazione della spesa per investimenti si muovono, infatti, nel sentiero stretto dei vincoli che impongono alle Amministrazioni territoriali di conseguire un saldo finanziario di competenza non negativo. A fine 2017, tuttavia, il saldo realizzato da Regioni, Province, Città metropolitane e Comuni, come negli anni precedenti, eccede largamente l’obiettivo richiesto (con un overshooting complessivo di circa 8,5 miliardi), lasciando inutilizzato un cospicuo margine di spesa potenziale, a conferma che le difficoltà nella riattivazione dell’accumulazione di dotazione infrastrutturale debbono essere rintracciate anche al di fuori della regola fiscale. A tale riguardo non è ininfluente il complesso e lento processo di adeguamento ai nuovi principi contabili, di cui al decreto legislativo 118/2011, che gli Enti territoriali stanno affrontando e che ha contribuito a far emergere, in molti casi, importanti difficoltà finanziarie.