Clima estremo, Comuni in prima linea: siccità, aria avvelenata e mortalità crescente
Energia e Ambiente 10 Aprile 2026, di Danilo Grossi
Il nuovo rapporto Istat fotografa trent'anni di cambiamenti climatici in Italia. Le amministrazioni locali si trovano a gestire emergenze sempre più frequenti: dalla dispersione idrica al PM2,5, fino all'eccesso di mortalità nei periodi di caldo estremo.
Trent’anni sono sufficienti per certificare un cambiamento strutturale del clima. E i dati Istat, raccolti nel rapporto annuale 2025, non lasciano spazio a interpretazioni: l’Italia è un Paese che si sta scaldando, si sta asciugando e si espone sempre più spesso a eventi meteorologici estremi.
Nei 109 Comuni capoluogo di provincia, la temperatura media annua ha raggiunto nel 2022 i 16,6 °C, con un incremento di +1 °C rispetto al periodo 2006-2015 e di ben +1,7 °C rispetto al trentennio 1981-2010. Le precipitazioni, nel frattempo, sono diminuite in media di 264 mm rispetto al decennio precedente. Il 2022 ha registrato 136 giorni estivi e 58 notti tropicali: rispettivamente 19 e 20 in più rispetto alla media del periodo 2006-2015. I giorni senza pioggia sono stati in media 299, ovvero 18 in più rispetto al periodo di riferimento.
Per le amministrazioni comunali questo si traduce in sfide concrete e urgenti: dalla pianificazione dell’emergenza idrica alla gestione delle ondate di calore, fino alla messa in sicurezza del territorio rispetto a frane e alluvioni. La Conferenza Onu sul clima di Dubai del 2023 ha ribadito l’urgenza di contenere il riscaldamento globale entro +1,5 °C rispetto all’era preindustriale. Ma nel frattempo, i sindaci devono fare i conti con ciò che già accade ogni estate.
42,4%Acqua dispersa delle reti comunali nel 2022
+1,7°CTemp. media vs media 1981-2010
100%PM2,5 oltre i limiti dei capoluoghi del Nord
L’emergenza idrica: 3,4 miliardi di metri cubi dispersi
Il nodo acqua è forse il più pressante per gli enti locali. Nel 2022 la quantità d’acqua dispersa dalle reti comunali italiane ha raggiunto 3,4 miliardi di metri cubi, pari al 42,4% dell’acqua immessa in rete. Un volume che, per dare la misura della portata del problema, sarebbe sufficiente a soddisfare il fabbisogno annuo di oltre 43 milioni di persone.
Nel 2023 la situazione si è ulteriormente aggravata: circa un terzo dei capoluoghi del Mezzogiorno ha adottato misure di razionamento idrico, coinvolgendo oltre 800 mila persone, pari al 4,6% della popolazione urbana residente nei comuni capoluogo di quella ripartizione. L’8,9% delle famiglie italiane lamenta irregolarità nel servizio di erogazione idrica: due terzi di queste risiedono nel Sud e nelle Isole.
“3,4 miliardi di m³ di acqua dispersa ogni anno: un volume sufficiente al fabbisogno di 43 milioni di persone”
L’Italia si conferma al terzo posto in Europa per prelievo pro capite di acqua potabile, con un consumo medio di 214 litri al giorno per abitante nelle città capoluogo. Un paradosso difficile da giustificare in un Paese dove quasi la metà dell’acqua immessa in rete non arriva a destinazione, disperdendosi a causa di condotte vetuste e di una gestione idrica ancora troppo frammentata tra gestori diversi.
Per i Comuni, questo significa investire urgentemente nel rinnovo delle reti, sfruttando le risorse disponibili attraverso il PNRR e accelerando la programmazione degli interventi. La siccità crescente e il rischio incendi – sempre più correlati alla lunghezza e all’intensità dei periodi estivi – rendono l’inefficienza idrica non più tollerabile.
Aria irrespirabile: il Nord nella morsa del particolato
Sul fronte della qualità dell’aria, il quadro è preoccupante soprattutto nelle città del Nord Italia. Nel 2023 i target fissati dall’Organizzazione mondiale della sanità per PM10 (20 μg/m³) e PM2,5 (10 μg/m³) sono stati superati in 70 capoluoghi su 96 monitorati, dove risiedono complessivamente più di 15 milioni di persone.
Il dato più allarmante riguarda il PM2,5 nel Nord: il 100% dei capoluoghi settentrionali supera la soglia raccomandata dall’OMS. Per il PM10, la quota scende all’76,1%, ma rimane comunque straordinariamente elevata. Nel Centro e nel Mezzogiorno le percentuali sono leggermente inferiori, ma il problema è diffuso su tutto il territorio nazionale.
L’Italia si trova già sotto procedura di infrazione europea per il ripetuto superamento dei limiti di PM10 e PM2,5 stabiliti dalla direttiva 2008/50/CE. Una condizione che mette in difficoltà non solo il governo nazionale, ma anche le amministrazioni comunali, spesso chiamate ad adottare misure emergenziali di limitazione del traffico o a chiudere impianti industriali in deroga alle ordinarie programmazioni.
Il caldo uccide: eccesso di mortalità e popolazione anziana
L’aspetto forse meno discusso, ma tra i più drammatici, riguarda l’impatto del clima sulla sopravvivenza umana. In un Paese con una delle popolazioni più anziane d’Europa, le ondate di calore stanno diventando emergenze sanitarie con effetti letali diretti e misurabili.
I dati Istat documentano con precisione questo fenomeno. Nel 2003, anno delle prime grandi ondate di calore, si registrarono 586 mila decessi, 30 mila in più rispetto all’anno precedente. Nel 2015 i morti furono 648 mila (+50 mila sul 2014), nel 2017 649 mila, nel 2022 – nonostante la fine della pandemia – ben 715 mila, con 44 mila decessi in più rispetto al 2023. Tre anni ad altissima mortalità (2015, 2017 e 2022) si sono concentrati in soli otto anni: una frequenza che non ha precedenti storici.
Gli scienziati descrivono questo fenomeno con il termine “effetto harvesting”: le ondate di calore falcidiano prematuramente le coorti più anziane e fragili, producendo temporanei cali di mortalità negli anni successivi. Un meccanismo che non alleggerisce il bilancio delle vittime, ma lo rende più difficile da leggere e da comunicare all’opinione pubblica.
Per i Comuni, questo si traduce in obblighi concreti: piani di protezione civile aggiornati per il caldo estremo, reti di assistenza agli anziani nei periodi estivi, mappatura delle abitazioni a rischio surriscaldamento, potenziamento dei sevizi di pronto intervento sociale. Attività che richiedono risorse, personale e una pianificazione che ancora molte amministrazioni faticano a garantire.
Cosa possono fare i Comuni
Il rapporto Istat non si limita a fotografare le criticità: contiene anche segnali positivi. Il 67% della popolazione pratica regolarmente la raccolta differenziata. Il conferimento in discarica si è ridotto di circa 2 punti percentuali all’anno nell’ultimo decennio, rendendo credibile il raggiungimento dell’obiettivo UE del 10% entro il 2030.
Ma la sfida principale resta quella della pianificazione strutturale. I Comuni sono l’interfaccia principale tra le politiche climatiche e i cittadini: gestiscono le reti idriche, regolano il traffico, costruiscono e manutengo il verde urbano, organizzano i servizi sociali per le categorie vulnerabili. Il cambiamento climatico non è più un tema da Conferenza internazionale: è una variabile da inserire in ogni delibera di giunta, in ogni piano urbanistico, in ogni bilancio preventivo.
Il PNRR offre risorse significative per investimenti in sostenibilità ambientale, efficienza idrica e mobilità sostenibile. Saperle spendere bene, e in tempo, è la sfida più urgente che i sindaci italiani si trovano di fronte.
Fonte: Istat, Rapporto annuale 2025 – “Trent’anni di vita quotidiana: tendenze e trasformazioni nella società italiana”