Oggigiorno, nell’assalto mediatico quotidiano che subiamo su avvenimenti drammatici lontani e vicini, si fa un gran parlare di multiculturalità.
Siamo assuefatti all’idea che la nostra società italiana si avvii – fatale necessità del “progresso” – a diventare multiculturale, ossia ad accogliere sullo stesso territorio, individui e comunità di differenti usi e costumi.
Il fatto poi che questi ultimi due termini stiano scomparendo dalla terminologia adoperata nel mainstream mediatico per essere sostituiti dal termine “cultura”, è indicativo di una prospettiva di stampo fortemente antropologico.
Tale prospettiva favorisce l’alienazione dalle proprie radici culturali, viste come oggetto di studio, quindi da lontano (e con un sottile complesso di superiorità) e mai sentite, capite e vissute nella loro interezza.
La risposta alla domanda del titolo, dunque, appare fortemente deformata; ma essa, come si vedrà, è tutt’altro che semplice.
Già compulsando un buon dizionario, ci accorgiamo che il termine “cultura” contiene oggi due significati: uno “di tipo prescrittivo e normativo” di origine classica, l’altro “di tipo analitico e descrittivo”, di impostazione antropologica (Cfr. F. Remotti, s.v. “Cultura”, in: Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Enciclopedia delle scienze sociali, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 1991-1998, vol. II, p. 641.).
Davanti alla ambivalenza semantica registrata, l’etimologia del termine (dal participio futuro latino, con valore finale, del verbo colĕre) suggerisce un’interessante ipotesi di lavoro. Infatti, il verbo originario possiede tre significati distinti: a) coltivare; b) coltivarsi, vale a dire crescere interiormente e perfezionare le proprie qualità umane; c) rendere culto.
Il sostantivo astratto così derivato, può dunque esser tradotto con “(le cose) da coltivare/coltivarsi/(cui) rendere culto”.
Questi tre significati rimandano ad un triplice ambito, patrimonio e nucleo essenziale della filosofia antica (riassunto nei temi fondamentali Deus- Homo- Natura): la cosmologia (ossia tutto ciò che si trova al di fuori dell’uomo), teatro del “coltivare”; l’ontologia/antropologia (tutto ciò che si trova nell’uomo), spazio del “coltivarsi”; la metafisica (tutto ciò che si trova al di sopra dell’uomo), sfera del “rendere culto”.
Nella nostra civiltà, questo triplice ambito teorico trovò anche la sua implementazione sociale: il tempo (al di sopra dell’uomo), il sangue (nell’uomo) e la terra (fuori dell’uomo) erano difatti gli elementi costituenti giuridicamente la “consuetudine” medievale.
L’ipotesi di lavoro della “cultura” così dimostra una robusta intelaiatura tripartita, la quale oltre a fornire un criterio ordinativo comunitario, permise storicamente in Occidente lo sviluppo delle conoscenze.
La vera cultura, che abbraccia nel suo significato l’intera attività umana, risulterebbe in tal modo nell’equilibrio – ugualmente “lavorato” – di questi tre ambiti nella vita personale di ciascuno. E insomma implica un elemento qualitativo, e non solo descrittivo.