La sintesi del XXVI Rapporto annuale dell’Istat è stata letta ieri a Roma nella Sala della Regina di Palazzo Montecitorio dal presidente dell’Istituto, Giorgio Alleva. Lo studio è incentrato sul tema delle reti, delle relazioni sociali ed economiche tra imprese e imprenditori, quelle nel mondo del lavoro, tra familiari e amici, nonché quelle della cultura e della conoscenza. Utilizzando il patrimonio informativo dell’Istituto e degli altri enti appartenenti al Sistema statistico nazionale, il Rapporto fa leva sull’integrazione delle fonti statistiche per produrre un’informazione d’insieme di maggiore dettaglio, capace di fornire elementi utili ad assumere, a qualunque livello, decisioni documentate.
Per quanto riguarda popolazione, economia, lavoro, benessere è stato stimato che al 1° gennaio 2018 i cittadini residenti ammontino a 60,5 milioni, con un’incidenza della popolazione straniera dell’8,4 per cento (5,6 milioni di persone). La popolazione totale diminuisce per il terzo anno consecutivo: quasi 100 mila persone in meno rispetto all’anno precedente. Le nascite, in particolare, sono in calo da nove anni: nel 2008 erano state 577 mila, nel 2017 sono state 464 mila, un nuovo minimo storico dopo quello dell’anno precedente. Per i tre quarti il decremento va attribuito al fatto che escono dall’età feconda generazioni particolarmente numerose di donne. Il restante quarto è riconducibile alla diminuzione della propensione a procreare. Occorre poi sottolineare che si diventa genitori sempre più tardi. Per le donne, l’età media alla nascita del primo figlio, che era di 26 anni nel 1980, nel 2016 è stata di 31 anni.
Nel 2017 i nati con almeno un genitore straniero sono stati circa 100 mila, più di un quinto del totale, ma dal 2012 è diminuito anche il contributo alle nascite della popolazione straniera. Il numero medio di figli delle donne straniere resta più elevato di quello delle donne italiane (1,95 figli per donna rispetto a 1,27), ma si riduce per effetto di una struttura per età più “vecchia” rispetto al passato e per i cambiamenti nella dimensione e composizione dei flussi migratori. Quanto ad aspettativa di vita, siamo uno dei Paesi più longevi al mondo. Oggi un neonato ha un’aspettativa di vita che tocca gli 81 anni se è maschio e di 85 se è femmina. In presenza di un calo di natalità ,tuttavia, aumenta lo squilibrio demografico: con quasi 170 anziani (persone di almeno 65 anni) ogni 100 giovani (tra 0 e 14 anni), l’Italia è la seconda nazione più vecchia al mondo dopo il Giappone.
Nei primi mesi del 2018, gli indicatori qualitativi sulla fiducia di famiglie e imprese hanno continuato a fornire segnali positivi, seppure in leggera attenuazione. Secondo le previsioni della Commissione europea, nel 2018 in Italia e nell’Uem il tasso di crescita dell’economia si manterrebbe su ritmi simili al 2017, con un incremento del contributo degli investimenti e una riduzione dell’apporto della domanda estera netta. In Italia la crescita del 2017 è stata sostenuta in misura maggiore dalle componenti interne di domanda e, dopo tre anni di impatto negativo, anche il settore estero ha fornito un contributo positivo (+0,2 punti). Gli investimenti fissi lordi sono risultati la componente più dinamica della domanda interna, con un incremento del 3,8 per cento (3,2 nel 2016). L’aumento è stato stimolato dagli investimenti per i mezzi di trasporto ma ha riguardato tutte le componenti dei beni capitali ed è stato diffuso tra i diversi settori di attività.
Nel 2017 la quota di imprese che hanno dichiarato di avere aumentato la propria dotazione di capitale fisico e immateriale è in aumento rispetto al 2016, sia nella manifattura, sia nei servizi. Nel confronto con i principali Paesi europei si osserva una composizione degli investimenti italiani sbilanciata in favore di quelli materiali rispetto a quelli immateriali. Questi secondi, che includono le spese in ricerca e sviluppo, software e basi di dati, sono una componente essenziale della dinamica della produttività e dunque della capacità competitiva e del potenziale di crescita del nostro sistema produttivo.
Il volume dei consumi delle famiglie è cresciuto dell’1,4 per cento e, per effetto della moderata ripresa dell’inflazione, il loro potere d’acquisto è aumentato solo dello 0,6 per cento (1,0 per cento nel 2016). Di conseguenza, la propensione al risparmio delle famiglie nel 2017 si è ridotta dall’8,5 al 7,8 per cento. Il quadro che emerge dai dati congiunturali del Rapporto Istat mostra il consolidarsi della ripresa economica, seppure con intensità diverse nei territori e nei diversi gruppi sociali.
Per quanto riguarda le reti, la pluralità di esse rappresenta un valore non solo in termini di sostegno reciproco ma offre anche opportunità per sviluppare interessi e aspirazioni personali, migliorando il benessere individuale. Circa 6 milioni di persone di 14 anni e più asseriscono di disporre dell’intera gamma di reti e relazioni, comprese quelle che si creano tra chi fa attività in associazioni. Quasi il 60 per cento della popolazione di almeno 14 anni ha a disposizione sia una rete di amici sia una rete di sostegno esterna alla famiglia. Circa 3 milioni di persone dichiarano, invece, di non avere alcuna rete di relazioni esterna alla famiglia, cioè non hanno rapporti amicali e non partecipano a reti associative.
La presenza di persone che si sentono prive di relazioni extra-familiari fa emergere la questione ampiamente studiata dalla letteratura dell’isolamento sociale. Il problema ha, in parte, natura demografica e si acuisce con l’aumentare dell’età poichè cambia la composizione della rete familiare. Altri fattori riguardano poi la rimodulazione delle reti, spesso riconducibili a cambiamenti nei comportamenti individuali come, ad esempio, il mancato tasso di sostituzione della popolazione dovuto alla bassa fecondità (1,34 figli per donna), l’instabilità coniugale (le separazioni nel 2016 sono state 16,4 per diecimila abitanti) e la posticipazione di tutte le tappe della transizione adulta e della formazione della famiglia (testimoniata anche dall’età della madre alla nascita del primo figlio). Ad aumentare sono poi le famiglie composte da una persona sola (il 31,6 per cento nel 2015-16, dal 21,5 nel 1997-98) e a diminuire sono quelle di cinque o più componenti (ormai poco più del 5 per cento).
Le forme di socialità “virtuale” (il 60,1 per cento degli utenti regolari di internet utilizza i social network) affiancano le forme più tradizionali, consentendo alle persone di mantenersi in contatto e di arricchire le proprie reti di relazioni, come peraltro già accaduto con l’avvento del telefono. Queste forme sono considerate, in generale, meno piacevoli della frequentazione de visu. Per i più giovani, però, le relazioni on-line sono preferite a quelle di persona con i familiari, ma non a quelle con gli amici: si conferma in questa fascia d’età l’importanza del “gruppo dei pari”, con cui si sta in contatto in tutti i modi a disposizione. Più in generale, l’utilizzo crescente dei social network non rappresenta una modalità sostitutiva, ma complementare, delle relazioni sociali di persona, che restano la forma di interazione più appagante.
Le reti di relazione, qualunque sia l’ambito in cui vengono osservate, non comportano soltanto vantaggi isolati, ma si sommano, tanto che è possibile parlare di un potere moltiplicatore delle reti e di reti al quadrato o al cubo. I vantaggi delle risorse relazionali si estendono, insomma, oltre i confini dell’individuo e della sua famiglia, stimolano l’appartenenza, promuovono il senso civico favorendo la fiducia interpersonale e quella verso le istituzioni, con effetti importanti sulla società nel suo insieme.