Amatrice nasce come insediamento coloniale in età pre-romana (VIII-VII secolo a.C. circa). Una delle prime comunità ad occupare la sua zona fu quella dei Sabini, migrata dall’Umbria, che si espanse presso tutta l’area del territorio italico centrale compresa la antica Reate (Rieti), la quale sarebbe diventata l’attuale capoluogo di provincia del piccolo borgo laziale.
La storia di Amatrice è per antonomasia una storia molto sofferta a causa degli eventi sismici, delle occupazioni e delle invasioni di cui fu vittima sin dalle sue origini, motivo per cui fu distrutta e ricostruita più volte. La sua posizione geografica, infatti, oltre ad essere collocata presso ripidi costoni rocciosi, rappresenta una sorta di “crocevia” territoriale tra Lazio, Marche, Umbria ed Abruzzo, luoghi da sempre oggetto di contesa tra i potentati dinastici, religiosi o imperiali che si sono succeduti nel corso di quasi tremila anni di storia. Sorta a 900 metri di altitudine ed arrampicata sulla dorsale appenninica dei Monti della Laga, con l’espansione dell’Impero Romano e la sua conquista, la antica Summa Villarum (denominazione con cui i romani chiamavano le colonie dell’area reatina) assunse un’importanza strategica e logistica notevole in quanto adiacente alla Via Salaria, che collegava Roma alla costa Adriatica. A seguito dell’entrata nella penisola dei Visigoti e di altre popolazioni barbare provenienti dal nord Europa, anche l’Appennino Centrale subì una serie di assedi durati decenni. Intorno al 548 i Longobardi, popolo guerriero originario delle zone dell’attuale Germania, occupò il territorio italico centrale fondando il suo regno sotto la competenza di una serie di ducati. Matrice – così era chiamata durante la prima metà del Medioevo – entrò a far parte del Ducato di Spoleto, a sua volta istituito come una delle province della Longobardia Minor. Con l’arrivo in Italia di Carlo Magno (774), tutti i territori occupati dai barbari furono liberati contestualmente alla restituzione allo Stato Pontificio dei suoi possedimenti. Le aree centrali comprese fra Ascoli, Rieti, e le stesse province limitrofe alla zona di Amatrice, passarono sotto l’amministrazione carolingia sino almeno all’anno Mille.
In un periodo – quello relativo al Medioevo Centrale – caratterizzato da continue congiure tra le varie città stato che spesso provocarono guerre, saccheggi ed invasioni, le dispute per accaparrarsi una fetta di potere presso i nascenti comuni italiani quasi non si contarono. Con l’intercessione del Sacro Romano Impero, varie terre del reatino furono donate all’Abbazia di Farfa, il cui Regesto cita testualmente per iscritto una serie di località della zona : tra queste, anche quella di Amatrice. Consolidato il dominio franco, il vescovato cattolico ebbe una notevole diffusione, soprattutto in virtù della fondazione di varie confraternite benedettine che sorsero numerose in tutto il centro del paese, compreso l’ascolano ed il reatino. Dopo l’invasione normanna del XI secolo, la quale determinò inizialmente l’ostilità del papato di Roma e poi il suo assenso, si acuirono le faide tra i comuni schierati con questo o con l’altro potentato deciso a conquistare il dominio di ampie zone della penisola. Si incrociarono gli scontri tra l’esercito imperiale, i Saraceni, provenienti dal sud, ed i Bizantini, decisi a conservare quella fetta di territorio italico orientale di cui ancora disponevano. Ma ormai, rispetto all’avvicinarsi dell’Età Moderna, a farla da padrone erano le grandi corone europee, i cui eserciti erano dotati di armi moderne e potentissime, mostrando di essere le uniche forze in grado di poter decidere il destino dei paesi sottoposti ad occupazione militare. Così, a pochi anni dall’istituzione del Regnum Siciliae – fondato da Ruggero II di Altavilla nel XII secolo – Amatrice ne entrò a far parte, come provincia, nel 1265.
Il fenomeno dell’incastellamento dei borghi medievali circa la difesa dei centri abitati, secondo le ricerche effettuate da alcuni storici, interessò l’Alta Sabina in epoca precedente rispetto al periodo convenzionale, che può collocarsi, per la maggior parte dei piccoli comuni italiani, tra il XI ed il XII secolo. In relazione ad alcune fonti, infatti, i castrum e le cinte murarie a difesa di Amatrice vennero solo potenziate in quanto già presenti durante le invasioni Saracene riferite all’anno Mille. Ciò dimostra che Amatrice rappresentò uno dei primi modelli architettonici di accentramento logistico delle popolazioni onde impedire eventuali aggressioni militari ad opera di fazioni nemiche. Inoltre, parallelamente alla diffusione dei comuni in quanto soggetti giuridici autonomi dotati di una propria identità civica e culturale, Amatrice aspirò molto presto a battersi per ottenere maggiori libertà dai grandi feudatari del tempo, appoggiando Ascoli Piceno durante le sanguinose lotte tra Guelfi e Ghibellini che caratterizzarono la fase finale del Medioevo. Epici furono gli scontri con la “nemiche” L’Aquila e Norcia.
Ribellandosi in maniera alternante agli Angiò, agli Asburgo e schierandosi apertamente con gli Aragona nel corso delle guerre per il possesso del Regno di Sicilia, il piccolo borgo laziale venne assediato a lungo ed occupato nel 1529 dall’esercito di Carlo V, nuovo imperatore del Sacro Romano Impero. La storiografia sostiene che l’intervento armato del sovrano provocò la distruzione parziale del borgo. Proprio del suddetto periodo il piccolo centro sabino è ricco di monumenti architettonici di notevole pregio, sorti per gran parte durante l’Alto Medioevo. A quegli stessi anni è attribuita infatti la erezione della Chiesa di Sant’Agostino, ideata in origine da una congregazione di frati agostiniani ed avallata dall’autorità angioina nel corso del XV secolo. Stesso discorso per il Santuario dell’Icona Passatora, anche questo risalente alla seconda metà del Quattrocento. Entrambe le strutture nel loro interno sono adornate da alcuni splendidi affreschi iconografici e votivi coevi e da altri risalenti al periodo moderno.
A seguito della incoronazione ufficiale di Carlo V come nuovo Re d’Italia da parte di Papa Clemente VII, avvenuta nel 1530, lo Stato della Chiesa ripristinò la sua giurisdizione presso gran parte dei territori del centro Italia, Lazio ed Umbria compresi. Di conseguenza, risalgono a tale periodo le successioni delle grandi famiglie nobili romane per acquisire l’amministrazione del borgo, che a fine XVI secolo divenne proprietà degli Orsini, imparentati a suo tempo con i Medici di Firenze. Ad Amatrice, della antica famiglia papalina sono presenti diversi stemmi di età seicentesca con le incisioni della casata, riprodotte sulla Fontana e sul Palazzo omonimi.
Dei diversi terremoti che hanno interessato il borgo nel corso dei secoli, uno in particolare lasciò il segno: quello del 7 ottobre 1639, che le cronache dell’epoca descrissero come devastante. Dagli scritti di un osservatore locale, tale Carlo Tiberij Romano, è possibile evincere la portata del sisma sopraccitato. Egli scrisse, infatti che :
“Nuova, e vera relatione del terribile e spaventoso terremoto successo nella città della Matrice, e suo stato, con patimento ancora di Accumulo, e luoghi circonuicini, sotto li 7. del presente mese di Ottobre 1639. Con la morte compassionevole di molte persone, la perdita di bestiami d’ogni sorte e con tutto il danno seguito fino al corrente giorno”.
Una volta ricostruito (con i mezzi di allora), per motivi di eredità il feudo di Amatrice restò sotto il controllo degli Orsini-Medici sino al 1737, anche in relazione ad accordi intrapresi tra gli Asburgo ed i Borboni, allora a capo del Regno di Napoli. Tuttavia, l’acquisizione dei titoli in base alle successioni nobiliari ebbe una battuta d’arresto nel 1798, dopo la spedizione nello Stato Pontificio del generale napoleonico Berthier, il quale istituì la Repubblica del Centro-Sud suddividendola in dipartimenti : Amatrice entrò a far parte di quello di Pescara. Ripristinati dopo poco più di un decennio i vecchi equilibri grazie alla Restaurazione, lo Stato della Chiesa potè esercitare nuovamente le sue prerogative, anche se in pieno Ottocento si stavano progressivamente diffondendo quegli ideali legati all’unità e all’indipendenza che avrebbero determinato le rivendicazioni espresse durante le Guerre Risorgimentali. Il Lazio – così come Amatrice – parteciparono attivamente alle lotte patriottiche che condussero alla proclamazione del Regno d’Italia (1861-1870) e al susseguente riordinamento territoriale ed amministrativo del paese. Così, Amatrice fu compresa nella giurisdizione de L’Aquila degli Abruzzi, e questo status durò sino al 1927, quando il regime fascista istituì la nuova provincia di Rieti ed operò una serie di “trasferimenti” municipali sotto l’amministrazione del Lazio. Tra questi, quelli di Amatrice ed Accumoli, assegnati alle competenze della stessa Rieti.
Nel corso della Grande Guerra Amatrice si distinse per la fondazione – avvenuta nel 1918 presso il suo territorio ad opera del sacerdote Giovanni Minozzi – dell’Opera Nazionale del Mezzogiorno d’Italia (una delle prime del centro-sud), soggetto benefico che si prese cura degli orfanelli e delle orfanelle di guerra. Nel secondo conflitto mondiale, specie negli anni 1943-45, Rieti e provincia, site geograficamente a ridosso delle linee difensive “Gustav” e “Caesar”, pagarono un tributo di sangue molto alto con centinaia di vittime locali tra caduti e feriti. Presenti nel reatino mediante la XIV Armata guidata dal generale Von Mackensen, i tedeschi posero in essere una durissima repressione per stroncare la presenza in zona di alcuni gruppi di partigiani, che fu caratterizzata da una serie di attentati compiuti prevalentemente in prossimità della Salaria.
In età contemporanea, benchè fedele alla sua antica vocazione fondata sull’agricoltura e sull’allevamento di bestiame, Amatrice ha saputo adattarsi ai cambiamenti ed è diventata, dal punto di vista del turismo ricettivo, una delle attrattive maggiori di tutta la provincia reatina. Seppe altresì aggiornarsi anche sotto l’aspetto industriale e tecnologico tramite l’istituzione di un buon numero di attività edili e gastronomiche. Rispetto alle seconde, la piccola comunità sabina avrebbe diffuso il culto della cucina locale sino a renderlo di fama internazionale, richiamando a sé i buongustai di ogni regione.