Ogni anno, ogni cittadino europeo “consuma” 9 metri cubi di acqua e 400 mq di terreno per alimentare il guardaroba. Il risultato finale? 5 milioni di tonnellate di tessuti buttati ogni anno nell’UE (12 kg a testa), di cui solo l’1% rinasce sotto forma di nuovi prodotti.
Sono i numeri della crisi del tessile che emergono dallo studio condotto da Legambiente nell’ambito del progetto VERDEinMED (https://knowledge.verdeinmed.eu/), presentato a chiusura di un percorso triennale di cooperazione internazionale volto a ridurre i rifiuti nel Mediterraneo. Al centro dell’indagine c’è il cosiddetto “Value-Action Gap”: cortocircuito comunicativo e psicologico per cui, pur dichiarandosi a favore dell’ambiente, i consumatori non cambiano le abitudini d’acquisto.
Consumatori consapevoli, ma distratti
L’indagine, che ha coinvolto centinaia di partecipanti tra Italia, Spagna e Grecia, fotografa una realtà dicotomica. Se da un lato la sensibilità ecologica è in crescita, dall’altro il 42% degli intervistati ammette di prestare scarsa attenzione alla sostenibilità durante lo shopping.
Il dato allarmante riguarda le nuove generazioni: sebbene il 69% del campione dichiari di leggere le etichette, la percentuale crolla tra i giovani. Tra gli intervistati under 18, regna l’incertezza: il 25% non ha idea della provenienza dei capi (nonostante il 30% dell’import UE arrivi dalla Cina), e il 41% ignora come vengano gestiti i rifiuti tessili nella propria città.
“È come se ci fosse un distaccamento della percezione fra ciò che si pensa e ciò che si fa effettivamente in negozio”, si legge nel Rapporto. Un divario alimentato dal modello fast fashion, che punta su prezzi bassissimi e ricambio, rendendo opachi i costi ambientali e sociali della produzione.
Dall’Umbria al Mediterraneo, la sfida dell’economia circolare
In Italia, il cuore del progetto è stata l’Umbria. Attraverso i “Living Lab”, Legambiente Umbria e Confindustria Umbria hanno messo allo stesso tavolo aziende, studenti e leader del settore per co-progettare una filiera trasparente.
“L’impatto della moda è una sfida globale che passa da una normativa efficace, ma anche da una sfida locale che vede aziende e cittadini attori fondamentali”, ha dichiarato Giorgio Zampetti, DG di Legambiente. Le aziende devono puntare su decarbonizzazione ed ecodesign, ma sono i consumatori che, con le loro scelte, possono spostare l’ago della bilancia”.
Le soluzioni
Per colmare il vuoto informativo, lo studio indica 2 strade:
- il passaporto digitale del prodotto (DPP): una carta d’identità del capo che conterrà dati su tracciabilità, materiali e gestione del fine vita, contrastando il greenwashing.
- la responsabilità estesa del produttore (EPR): una normativa che obblighi chi produce e vende a farsi carico dell’intero ciclo di vita del prodotto, smaltimento incluso.
Il progetto VERDEinMED, co-finanziato con 3 milioni di euro dal programma Interreg Euro-MED, si conclude a Perugia con un appello: non basta dichiararsi “green”. Per chiudere il cerchio della sostenibilità serve una trasparenza della filiera e un’educazione che trasformi l’intenzione in azione quotidiana. Il futuro del pianeta passa anche da quello che decidiamo di indossare ogni mattina.
Fonte: Legambiente