Lo smartphone è ormai nelle mani del 96% dei ragazzi tra i 17 e i 18 anni e del 65% dei bambini tra i 6 e i 10 anni. Non è più una notizia, è uno scenario strutturale con cui famiglie, scuole e servizi sanitari devono fare i conti ogni giorno. A fotografarlo con dati precisi è la ricerca “Le dipendenze digitali tra i minori”, promossa da ISMA (Istituto per lo Studio e la Prevenzione dell’Abuso e della Dipendenza) e condotta dall’Istituto Piepoli su un campione di 500 genitori di figli tra i 6 e i 18 anni residenti nel Lazio.
L’indagine restituisce un quadro composito: il digitale è ormai parte integrante della vita familiare e scolastica, ma la capacità di governarlo — da parte dei genitori come dei sistemi di supporto — mostra lacune significative. Ciò che emerge con forza non è tanto l’allarme sulla tecnologia in sé, quanto il vuoto formativo e relazionale che circonda il suo utilizzo.
I numeri del fenomeno
L’83% dei figli tra 6 e 18 anni utilizza abitualmente lo smartphone, con una progressione marcata con l’età. Le attività online cambiano nel corso della crescita: i più piccoli privilegiano videogiochi e contenuti video, mentre tra i 17-18enni dominano le chat (71%) e i social network (72%). Un uso che ha modificato profondamente le dinamiche domestiche: il 40% dei genitori dichiara di avere conflitti con i propri figli legati all’uso della tecnologia “a volte” o “spesso”. Il picco di tensione si registra nella fascia degli 11-13 anni, dove la quota sale al 53%.
Il digitale pesa anche sugli adulti: il 56% dei genitori ammette di utilizzare dispositivi digitali in casa più di quanto vorrebbe, spesso anche per ragioni lavorative. Un dato che segnala come il problema non riguardi solo i minori, ma attraversi l’intera struttura familiare.
83% degli under 18 laziali usa abitualmente lo smartphone
Con un picco del 96% nella fascia 17-18 anni. La diffusione è capillare già tra i 6-10enni (65%).
40% dei genitori dichiara conflitti sul digitale
La percentuale sale al 53% nella fascia critica degli 11-13 anni, quella della prima adolescenza.
93% dei genitori riconosce il digitale come problema grave
Ma solo il 50% sa a chi rivolgersi, e il 97% non ha mai chiesto supporto su questo tema.
I segnali osservati dai genitori
I genitori non sono osservatori passivi: descrivono con precisione i segnali compatibili con un uso problematico. Il 36% segnala un uso eccessivo o non controllato dei dispositivi; il 33% osserva irritabilità nei propri figli in assenza di device; il 26% riferisce riduzioni significative del sonno; il 23% registra cali nel rendimento scolastico; il 22% parla di isolamento sociale.
Eppure, di fronte a questi segnali, le famiglie faticano a riconoscere e nominare il problema come “dipendenza” quando lo vivono in prima persona. La percezione del rischio in astratto è elevatissima — il 93% considera le dipendenze digitali tra i minori un fenomeno grave e diffuso — ma la distanza tra percezione collettiva e riconoscimento della situazione specifica rimane considerevole.
«Il tema non è più solo quanto tempo i minori trascorrono online, ma quanto famiglie, scuola e servizi siano attrezzati per accompagnarli in un uso consapevole del digitale.»
Il paradosso della competenza percepita
La ricerca mette in luce un apparente contraddizione che merita attenzione: il 75% dei genitori giudica adeguato il proprio approccio educativo al digitale e molti dichiarano di adottare strategie concrete — dialogo educativo, limiti di tempo, controllo dei contenuti. Eppure, il 97% non ha mai chiesto supporto specifico su questo tema. Il principale ostacolo segnalato è riuscire a far rispettare le regole stabilite, indicato dal 47% degli intervistati.
Questo scarto tra autovalutazione positiva e difficoltà pratiche suggerisce che il problema non è la mancanza di consapevolezza, ma l’assenza di strumenti operativi e di una rete di supporto efficace. Una competenza percepita che non trova riscontro nelle situazioni concrete, aggravata dall’isolamento delle famiglie di fronte a dinamiche che stanno cambiando rapidamente.
Cosa chiedono le famiglie
Sul fronte delle soluzioni, il bisogno più forte riguarda la formazione: il 47% dei genitori indica la formazione per le famiglie come strumento principale, seguita dagli interventi scolastici (30%) e dal supporto psicologico (20%). Al tempo stesso, la maggioranza non si sente adeguatamente sostenuta dai sistemi che dovrebbero aiutarla: solo il 41% si sente supportato dalla scuola, il 36% dagli altri genitori, il 30% dai servizi sanitari.
Dai focus group emerge una domanda chiara e condivisa: non basta informare sui rischi, serve un approccio educativo multilivello che coinvolga famiglie, scuola, servizi sanitari e comunità. Insegnanti e professionisti della salute sottolineano la necessità di offrire ai ragazzi alternative reali, occasioni di relazione, strumenti per comprendere le proprie emozioni e modelli positivi capaci di parlare il loro linguaggio.
Le implicazioni per i Comuni
I risultati della ricerca ISMA–Piepoli hanno una rilevanza diretta per le politiche locali. I Comuni sono nodi cruciali della rete che famiglie e ragazzi invocano: coordinano i servizi educativi e sociali, gestiscono le relazioni con le istituzioni scolastiche, organizzano attività culturali e ricreative che possono offrire quelle “alternative reali” di cui parla la ricerca.
Concretamente, gli amministratori locali possono agire su più livelli: progettare percorsi di educazione digitale nelle scuole in sinergia con i servizi sanitari e i consultori familiari; prevedere sportelli di ascolto e orientamento per i genitori in difficoltà; promuovere spazi fisici di aggregazione — centri giovanili, biblioteche, laboratori creativi — che offrano ai ragazzi esperienze di relazione non mediate dalla tecnologia. La ricerca mostra che le famiglie riconoscono il problema e chiedono strumenti concreti. I Comuni possono essere il luogo dove questa domanda trova risposta.
Fonte: Ricerca “Le dipendenze digitali tra i minori”, ISMA – Istituto Piepoli, 2025. Campione: 500 genitori di figli 6-18 anni, residenti nel Lazio.