L’economia italiana del 2025 è un organismo resiliente che nuota in acque agitate. Nonostante la stretta protezionistica imposta dall’amministrazione statunitense, il sistema produttivo nazionale chiude l’anno con un surplus commerciale di 51 mld. di euro. Tuttavia, dietro i numeri positivi dell’export (+3%), la 14° edizione del Rapporto Istat sulla competitività dei settori produttivi rivela dissonanze causate dalle tensioni geopolitiche e dai nuovi regimi tariffari.
L’ anomalia italiana nel mercato USA
Mentre le grandi corazzate europee come Germania e Spagna hanno visto crollare le esportazioni negli Stati Uniti (-9%), l’Italia ha messo a segno una crescita del 7% sul mercato americano. Un risultato trainato da 2 giganti: la farmaceutica (+54%) e i mezzi di trasporto diversi dagli autoveicoli (+60%). Ma non è tutto oro quel che luccica, per le imprese che hanno negli USA il loro mercato di sbocco, i dazi hanno presentato un conto salato: una mancata crescita di 1,5 mld. di euro. A pagare il prezzo più alto sono stati i settori tradizionali del Made in Italy come il mobile, l’abbigliamento e i prodotti in metallo.
Il fattore Cina
Il 2025 segna anche un sorpasso silenzioso: la Cina consolida il ruolo di partner imprescindibile. Le importazioni dal Dragone sono balzate del 17%, con un picco nel settore farmaceutico, dove gli acquisti sono passati da 680 milioni a 8 mld. di euro. L’Istat lancia un monito sulla vulnerabilità strategica: l’Italia dipende dall’estero per il 20% dei beni “critici” con una esposizione verso Paesi a rischio politico medio-alto per quanto riguarda i materiali energetici.
Multinazionali, il volano della crescita economica
Il Rapporto Istat evidenzia come il destino commerciale dell’Italia sia nelle mani delle multinazionali: pur rappresentando il 4% delle imprese, generano il 75% delle esportazioni manifatturiere. In questo scenario, la reazione delle aziende ai dazi è stata prudente: il 60% degli esportatori non ha tagliato le quantità, ma la fiducia vacilla. Solo 1 impresa su 20 sta pensando di aprire stabilimenti negli Stati Uniti per aggirare le barriere, mentre il 30% guarda con rinnovato interesse al Mercato Comune Europeo come porto sicuro.
Le sfide del 2026
Se la farmaceutica e l’alimentare continuano a correre, i settori dei macchinari e della chimica sono in affanno. L’incertezza su prezzi e accesso al credito domina i giudizi degli imprenditori, la scommessa per il prossimo anno sarà duplice: rafforzare la presenza nel mercato unico UE e diversificare verso nuove aree come l’India e il Mercosur, per ridurre il peso dei dazi americani sulla crescita del Pil.
Fonte: ISTAT