Il lavoro agile in Italia ha conosciuto una forte espansione negli ultimi anni, passando dal 4,8% del 2019 al 13,8% nel 2023 tra gli occupati che hanno lavorato almeno un giorno da casa. La pandemia di Covid-19 ha accelerato questo cambiamento, trasformando il telelavoro da misura emergenziale a nuovo stile di vita e modalità strutturale di lavoro per molti settori e professioni.
Le grandi città e le regioni del Centro-Nord sono in prima fila: Milano guida la classifica con il 38,3% degli occupati che lavorano almeno occasionalmente da remoto, seguita da Roma con il 29,4%. Al contrario, nel Sud e nelle Isole la diffusione resta più limitata: meno del 10% degli occupati in molte province sperimenta lo smart working, con alcune eccezioni come Cagliari (16%) e Napoli (12,7%).
La diffusione dello smart working varia anche in base al genere: le donne lo adottano più frequentemente (15,2%) rispetto agli uomini (12,7%), soprattutto perché riduce tempi di spostamento e favorisce la conciliazione tra lavoro e vita familiare. L’età gioca un ruolo significativo: la fascia 30-49 anni è quella più attiva nel lavoro agile, mentre i giovani under 30 e gli over 50 si avvicinano ai valori medi nazionali, rispettivamente 12,3% e 12,7%.
Il livello di istruzione è un altro fattore determinante. Tra i laureati il 29% lavora almeno occasionalmente da remoto, con valori che superano il 50% tra i laureati nelle grandi città come Milano (56%) e Roma (45%). Chi ha un titolo di studio basso, come la licenza media, è molto meno coinvolto (3,3%).
Il settore economico incide fortemente sulla possibilità di lavorare a distanza. I servizi dell’informazione e comunicazione sono quelli più “smart” (60,2%), seguiti dalle attività finanziarie e assicurative (43,7%) e dai servizi professionali e tecnici (36,9%). Al contrario, settori come agricoltura, ristorazione e sanità hanno percentuali molto basse, riflettendo la necessità di presenza fisica. Le professioni altamente qualificate e quelle d’ufficio sono le più adatte alla flessibilità, mentre i lavori manuali e operativi richiedono ancora la presenza in sede.
Nonostante la crescita, l’Italia resta sotto la media europea: solo il 5,9% degli occupati lavora da remoto almeno metà dei giorni, contro il 9,1% dell’Ue. Finlandia e Irlanda guidano con oltre il 20%, seguite da Svezia, Belgio, Germania e Francia.
Oltre ai numeri, lo smart working ha impatti concreti sulla qualità della vita: favorisce la conciliazione famiglia-lavoro, riduce tempi e costi di trasporto e può contribuire alla sostenibilità urbana, influenzando la gestione degli spazi e il futuro degli uffici. Tuttavia, la sua diffusione rimane eterogenea sul territorio e tra le diverse categorie professionali, confermando che, sebbene consolidato, il lavoro agile in Italia è ancora lontano dal diventare uno standard universale.
I numeri completi nella nota Istat