L’ultima istantanea scattata da Istat e Banca d’Italia sulla ricchezza nazionale consegna l’immagine di un Paese in bilico tra la resilienza del risparmio privato e la fragilità strutturale dei conti pubblici. Se alla fine del 2024 la ricchezza netta delle famiglie italiane ha toccato la cifra record di 11.732 mld. di euro, la lettura dei dati reali rivela una verità diversa: il “tesoretto” degli italiani è vittima dell’onda d’urto inflattiva del 2022.
Il patrimonio dei privati è aumentato del 2,8% in 1 anno, ma si tratta di una crescita nominale. Quando si depura il dato dall’aumento dei prezzi, si scopre che la ricchezza reale è inferiore del 5% rispetto ai livelli del 2021. In pratica, le famiglie hanno più euro in portafoglio, ma possono comprare meno beni e servizi di 3 anni fa.
A sostenere i bilanci domestici è il comparto immobiliare: le abitazioni valgono 5.662 miliardi, tornando ai massimi storici del 2011. D’altro canto sul fronte finanziario si assiste a una rivoluzione silenziosa: gli italiani abbandonano i depositi per rifugiarsi nel risparmio gestito. Le quote di fondi comuni hanno raggiunto il picco storico di 841 mld., complice l’andamento positivo dei mercati che ha regalato guadagni in conto capitale per quasi 150 mld.
Mentre le società non finanziarie migliorano la posizione netta (1.015 mld.) e riducono l’indebitamento al 44% delle attività reali, un dato migliore dei cugini d’oltralpe, è lo Stato a mostrare delle discrepanze.
La ricchezza netta delle Amministrazioni Pubbliche è scivolata a quota -1.522 miliardi di euro, uno slittamento di 100 mld. in 1 anno, causato da una crescita del debito (i titoli pubblici sono aumentati di 151 mld.) a fronte di un patrimonio di asset (scuole, caserme, strade) rimasto al palo.
Nonostante l’orgoglio del risparmio privato, il confronto internazionale non è dei migliori, con 199 mila euro pro capite, la ricchezza netta media degli italiani resta tra le più basse tra le economie avanzate, superando solo quella del Regno Unito. Rispetto a giganti come Canada o Stati Uniti, il divario resta enorme, segnale di un sistema Paese che fatica a generare nuovo valore oltre alla conservazione del patrimonio ereditato.
Fonte: ISTAT