Più longevi ma più malati: le cronicità crescono e i Comuni devono attrezzarsi
Welfare 10 Aprile 2026, di Danilo Grossi
Il nuovo rapporto Istat certifica trent'anni di progressi nella speranza di vita, ma segnala un paradosso preoccupante: le malattie croniche sono in aumento, colpiscono fasce sempre più giovani e amplificano le disuguaglianze tra territori, generi e livelli di istruzione. Per le amministrazioni locali si apre una stagione di investimenti obbligati nella prevenzione e nei servizi di prossimità.
Il paradosso italiano: viviamo più a lungo, ma con più malattie
L’Italia è tra i Paesi europei con la speranza di vita più alta: 83,4 anni nel 2024, con 81,4 per gli uomini e 85,5 per le donne. Un risultato straordinario, frutto di decenni di progresso del sistema sanitario, di welfare pubblico e di una diffusione – ancora parziale, ma reale – di stili di vita più sani. Eppure, dietro questo primato si nasconde un paradosso che i nuovi dati Istat rendono difficile ignorare: più anni di vita non equivalgono necessariamente a più anni in buona salute.
Nel 2023 il 40,5% della popolazione italiana ha dichiarato di essere affetto da almeno una patologia cronica. Il 20,8% – oltre un italiano su cinque – convive con almeno due. Trent’anni fa, nel 1993, queste quote erano rispettivamente del 34,2% e del 16,4%. Il trend è inequivocabile: le malattie croniche non trasmissibili – ipertensione, diabete, artrosi, bronchite cronica, malattie allergiche – stanno diventando la normalità per una quota crescente di italiani.
Questa trasformazione epidemiologica non è solo un dato sanitario. È una sfida strutturale per le amministrazioni locali, chiamate a riorganizzare servizi, spazi urbani e politiche di welfare attorno a una popolazione che invecchia e si ammala in modo diverso rispetto alle generazioni precedenti.
83,4 anniSperanza di vita tra le più alte in Europa (2024)
40,5%Con almeno 1 cronica della popolazione nel 2023
20,8%Con comorbilità almeno 2 patologie croniche
Le malattie che più sono cresciute in trent’anni
Il confronto tra il 1993 e il 2023 rivela alcune tendenze particolarmente significative. L’ipertensione è quasi raddoppiata: dal 10% al 18,9% della popolazione. Il diabete è passato dal 3,4% al 6,2%. La bronchite cronica dal 3,3% al 6,1%. Le malattie allergiche dal 6% al 10,9%. In tutti questi casi, si tratta di patologie strettamente legate agli stili di vita, all’ambiente urbano, all’inquinamento atmosferico e all’alimentazione.
La correlazione con i fattori ambientali è tutt’altro che trascurabile: lo stesso rapporto Istat segnala come la qualità dell’aria nelle città italiane, soprattutto al Nord, sia in peggioramento. Polveri sottili e ozono contribuiscono in misura significativa all’aggravamento delle patologie respiratorie croniche. Un nesso che rende ancora più urgente un approccio integrato tra politiche sanitarie e politiche ambientali a livello locale.
“Ipertensione quasi raddoppiata in trent’anni: dal 10% al 18,9% della popolazione. Diabete dal 3,4% al 6,2%. Il peso delle croniche si scarica sui servizi territoriali”
Non solo anziani: le croniche avanzano anche tra i giovani
Uno degli aspetti più sorprendenti del rapporto riguarda le fasce d’età più giovani. Se era atteso che l’invecchiamento della popolazione portasse a un aumento delle patologie croniche negli over 65, è meno scontato – e più preoccupante – il dato sui giovani tra i 15 e i 24 anni, per i quali la presenza di almeno una patologia cronica è aumentata di 7 punti percentuali nel trentennio considerato.
Tra i 55 e i 59 anni una persona su due dichiara già almeno una patologia cronica; una su cinque ne ha almeno due. Tra gli over 75 le quote salgono all’85,1% e al 64,3%. Numeri che impongono una riflessione profonda sul modello di assistenza: non è pensabile che la gestione di queste condizioni graviti esclusivamente sugli ospedali o sulle famiglie. Il territorio – i Comuni, i medici di medicina generale, i centri diurni, i servizi sociali – deve assumere un ruolo molto più incisivo.
Va segnalato anche il dato sulla salute percepita: se tra gli anziani si registra un miglioramento di circa 9 punti percentuali rispetto al 2009, tra i giovani di 18-24 anni la percezione positiva del proprio stato di salute è diminuita di circa 3 punti. Un segnale che rimanda – come confermano altre sezioni del rapporto – alla crescente fragilità psicologica delle nuove generazioni, un fenomeno che i Comuni non possono più trattare come un problema esclusivamente sanitario.
Le disuguaglianze che si accumulano: territorio, genere, istruzione
Il rapporto Istat conferma con nuovi dati una verità già nota ma troppo spesso rimossa dalle agende politiche: la salute non è uguale per tutti. Le disparità geografiche sono costanti nel tempo: nel 2023 si dichiara in buona salute il 70% della popolazione del Centro-Nord, contro il 66,7% del Sud e il 65,5% delle Isole. Un divario di quasi 5 punti che riflette differenze reali nell’accesso ai servizi, nella qualità degli ambienti di vita e nelle condizioni socioeconomiche.
Le disuguaglianze legate al titolo di studio sono ancora più marcate: tra i laureati di 25 anni e più il 74,5% si dichiara in buona salute. Tra chi ha al massimo la licenza dell’obbligo, la quota scende al 33,6%. Un divario di oltre 40 punti percentuali che, come rileva Istat, si amplifica ulteriormente nella popolazione anziana. Il grado di istruzione non è solo un indicatore culturale: è un determinante strutturale della salute, perché incide sulla capacità di accedere alle informazioni, di aderire ai programmi di prevenzione, di navigare un sistema sanitario sempre più complesso.
Sul fronte del genere, le donne vivono più a lungo degli uomini, ma presentano prevalenze più elevate di malattie croniche (42,4% contro 38,4% per almeno una cronica) e di comorbilità (23,9% contro 17,6%). Un paradosso che richiede politiche sanitarie differenziate, capaci di rispondere alle specificità biologiche e sociali delle diverse popolazioni.
Cosa possono fare i Comuni: dalla prevenzione alla prossimità
Di fronte a questo quadro, le amministrazioni locali non sono mere spettatrici. Anzi, proprio la natura delle malattie croniche – legate agli stili di vita, all’ambiente, alle condizioni sociali – indica nei Comuni uno dei principali soggetti di intervento. Non perché sostituiscano il sistema sanitario nazionale, ma perché lo integrano con una capacità di prossimità che nessun altra istituzione può replicare.
Il Piano nazionale della prevenzione 2020-2025 traccia una direzione chiara: ridurre la mortalità prematura e la disabilità da patologie croniche attraverso azioni basate su equità, efficacia e sostenibilità. Tradotto in termini operativi per un’amministrazione comunale significa: promuovere l’attività fisica attraverso spazi urbani fruibili e sicuri, sostenere l’educazione alimentare nelle scuole, rafforzare lo screening nelle fasce di popolazione più vulnerabili, investire in assistenza domiciliare per anziani con patologie croniche, integrare i servizi sociali con quelli sanitari nei quartieri a più alta fragilità.
Il PNRR ha stanziato risorse significative per la sanità territoriale e la medicina di prossimità. La sfida per i Comuni è diventare partner attivi di questa transizione, non semplici destinatari passivi di politiche decise altrove. In un’Italia che invecchia e si ammala in modo sempre più cronico, il Comune è il primo punto di contatto. Spetta alle amministrazioni locali decidere se essere all’altezza di questa responsabilità.
Fonte: Istat, Rapporto annuale 2025 – “Trent’anni di vita quotidiana: tendenze e trasformazioni nella società italiana”