“I social media sono diventati uno stato fallito, un luogo dove le leggi vengono ignorate e i crimini sono tollerati.” Con queste parole, nessuna conciliazione nei toni, il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez ha aperto il suo intervento al World Government Summit di Dubai, tenuto il 3 febbraio 2026. Dietro la retorica c’è un annuncio concreto: la Spagna vieterà l’accesso ai social media ai minori di 16 anni e obbligherà le piattaforme a implementare sistemi di verifica dell’età che vadano ben oltre i soliti checkbox da spuntare. “Non semplici caselle da spuntare”, ha precisato Sánchez, “ma barriere vere che funzionino.”
La mossa della Spagna non arriva dal nulla. A dicembre 2025, l’Australia è diventata il primo paese del mondo a varare un divieto effettivo dei social per gli under 16, coinvolgendo piattaforme come TikTok, Instagram, Facebook, Snapchat e X. Il risultato è stato immediato e imponente: oltre 4,7 milioni di account riconducibili a minori sono stati rimossi dalle piattaforme per rispettare la nuova legge. Poco più di un mese dopo, il 27 gennaio 2026, l’Assemblea nazionale francese ha approvato un disegno di legge che vieta ai minori di 15 anni l’uso dei social media, una misura che il presidente Macron ha chiesto di accelerare per renderla operativa prima dell’inizio del nuovo anno scolastico in settembre.
Ma è l’Europa intera a muoversi.
La Danimarca ha annunciato a novembre 2025 di voler vietare i social ai minori di 15 anni, pur lasciando ai genitori la possibilità di autorizzare l’accesso ai ragazzi dai 13 anni in su. Il governo danese ha stanziato 160 milioni di corone (circa 21,4 milioni di euro) per 14 iniziative dedicate alla sicurezza online dei minori e sta lavorando a un sistema di verifica dell’età basato sul sistema di identità elettronica nazionale. Anche la Grecia, come confermato da fonti governative, è “molto vicina” ad annunciare misure simili per i minori di 15 anni. Il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis aveva già sollevato la questione lo scorso autunno, citando i rischi per la sicurezza online e l’impatto crescente dell’intelligenza artificiale sui più giovani. La Norvegia ha proposto nell’ottobre 2024 di alzare l’età del consenso per l’uso dei social da 13 a 15 anni, pur permettendo ai genitori di autorizzare l’accesso ai figli più piccoli. Il governo norvegese sta lavorando anche a una legislazione che stabilisca un limite assoluto di età a 15 anni. Persino il Regno Unito si sta muovendo: la Camera dei Lord ha votato a favore di un emendamento per vietare i social ai minori di 16 anni, anche se il governo di Keir Starmer, che ha la maggioranza alla Camera dei Comuni, si è detto contrario alla misura. La Finlandia, per voce del primo ministro Petteri Orpo, ha espresso sostegno al divieto per gli under 15, motivandolo con la preoccupazione per la mancanza di attività fisica tra bambini e ragazzi. Anche la Germania sta studiando la questione: il governo ha chiesto a un comitato di valutare se e come implementare un divieto, con un rapporto finale atteso per l’autunno 2026.
L’Italia e la legge bipartisan: dai 14 ai 15 anni
E l’Italia? Anche qui il dibattito è vivo e, soprattutto, trasversale. Al Senato è in discussione un disegno di legge a prima firma della senatrice di Fratelli d’Italia Lavinia Mennuni, sottoscritto da oltre trenta senatori di tutti gli schieramenti, tra cui Simona Malpezzi (Pd), Maurizio Gasparri (Forza Italia), Mariastella Gelmini (Noi Moderati), Daniela Sbrollini (Italia Viva) e Stefania Pucciarelli (Lega). La proposta prevede di alzare da 14 a 15 anni l’età minima per aprire un profilo social, rendendo nullo qualsiasi contratto tra piattaforme e minori di questa età, a meno che non ci sia un consenso formale dei genitori.
Ma il disegno di legge italiano va oltre. Disciplina anche i proventi derivanti dall’esposizione online dei minori, i cosiddetti “baby influencer”: se i guadagni superano i 12 mila euro annui, è necessaria l’autorizzazione della Direzione provinciale del lavoro, e i soldi devono essere versati su un conto intestato al minore. I genitori non potranno utilizzarli se non in casi eccezionali e con autorizzazione giudiziaria. Inoltre, le piattaforme dovranno prevedere un canale di comunicazione diretto con il numero di emergenza per l’infanzia 114, finanziato con un contributo delle big tech pari allo 0,035% del fatturato.
Alla Camera si è tenuto il 30 gennaio un convegno dal titolo “Smartphone e minori. I rischi e le prospettive”, con la partecipazione dei firmatari della proposta di legge bipartisan. La senatrice Malpezzi e la deputata Marianna Madia hanno commentato: “Possiamo farlo anche noi. È arrivato il momento di riconoscere un problema e cominciare ad occuparsene”. Il ministro dell’istruzione Giuseppe Valditara ha apertamente indicato il modello australiano come un punto di riferimento per l’Italia. Anche la Lega ha depositato alla Camera, pochi giorni fa, una proposta per vietare i social agli under 15, richiedendo il consenso dei genitori per i minorenni oltre quella soglia.
La risposta europea e le sfide della verifica dell’età
La dimensione europea della questione è ormai innegabile. Il Parlamento europeo ha approvato a novembre una risoluzione, non vincolante, che propone di fissare a 16 anni l’età minima per l’accesso ai social in tutta l’Unione. La Commissione europea, dal canto suo, sta sviluppando un’app per la verifica dell’età che sarà testata inizialmente proprio in cinque paesi: Danimarca, Francia, Grecia, Italia e Spagna. L’obiettivo è integrare questa tecnologia nella carta d’identità digitale europea entro la fine del 2026.
Eppure, nonostante l’entusiasmo politico, le sfide tecniche e politiche restano enormi. La verifica dell’età è un nodo ancora irrisolto: come garantire che i sistemi siano efficaci senza compromettere la privacy? In Francia, una legge del 2023 che fissava la maggiorità digitale a 15 anni non è mai stata applicata perché entrava in conflitto con il Digital Services Act europeo. Alcuni paesi dell’Europa orientale preferiscono il concetto di “age estimation”, lasciando che siano le piattaforme stesse a stimare l’età dell’utente in base ai dati forniti — soluzione che però solleva preoccupazioni sul trattamento dei dati personali.
Il pacchetto spagnolo: cinque misure contro il “Far West digitale”
Tornando alla Spagna, Sánchez non si è limitato al divieto per i minori. Ha illustrato un pacchetto di cinque misure che puntano a ridefinire il rapporto tra lo stato e le grandi piattaforme tecnologiche. La prima riguarda la fine dell’impunità dei dirigenti delle big tech: i CEO saranno perseguibili penalmente se non rimuovono contenuti illegali o incitanti all’odio dalle loro piattaforme. La seconda misura qualifica come reato la manipolazione degli algoritmi e l’amplificazione di contenuti illegali. La terza prevede la creazione di un sistema di tracciamento e quantificazione per stabilire un’impronta di “odio e polarizzazione” online. La quarta riguarda le indagini che il governo avvierà, in collaborazione con la procura, sulle possibili violazioni legali commesse da Grok — l’intelligenza artificiale di X — da TikTok e da Instagram. La quinta, infine, è proprio il divieto per i minori di 16 anni.
Sánchez non ha risparmiato attacchi diretti contro singoli attori del mondo tecnologico. Ha ricordato che TikTok ha permesso di condividere contenuti di abuso sessuale generati dall’intelligenza artificiale, che Grok ha prodotto oltre tre milioni di immagini sessualizzate di donne, e che Instagram è stato coinvolto in operazioni di sorveglianza non autorizzata su milioni di utenti Android. Ha poi preso di mira Elon Musk personalmente, accusandolo di aver usato il suo account su X per amplificare la disinformazione riguardo alla decisione del governo spagnolo di regolarizzare 500 mila immigrati.
Il mondo digitale è al centro di una partita che coinvolge governi, big tech, famiglie ed esperti. L’Europa ha scelto di giocare una mano forte, ma il tavolo è tutt’altro che chiuso. Che queste misure siano davvero la soluzione, o solo l’inizio di un dibattito ancora più complesso, lo scopriremo nei prossimi mesi.