L’Italia non è solo una somma di comuni, ma un mosaico di 515 Sistemi Locali del Lavoro (SL): aree funzionali dove la gente vive, si sposta e, soprattutto, produce secondo vocazioni specifiche. L’ultimo Report Istat, aggiornato al 2021 e rilasciato nel 2026, disegna la mappa di un’Italia frammentata dove la tradizione del “bello e ben fatto” convive con l’egemonia economica delle grandi metropoli.
Il “Made in Italy” e l’industria pesante
Il modello produttivo storico italiano resta solido. Sono 156 i sistemi locali specializzati nel Made in Italy (agroalimentare, tessile, pelli, legno e gioielli), aree che coprono il 30% della superficie nazionale e danno lavoro a 14 mln. di persone. Tuttavia, i dati rivelano un paradosso: pur essendo il cuore dell’identità italiana, la produttività media del Made in Italy è spesso inferiore ad altri settori, specialmente nel Mezzogiorno, dove il valore aggiunto per addetto si ferma a 34 mila euro, contro i 53 mila del Centro-Nord. Parallelamente, l’industria pesante (mezzi di trasporto, chimica, metallurgia) occupa 111 sistemi locali. La dimensione delle imprese cresce e con essa la produttività, con punte di eccellenza nel settore dei materiali da costruzione e della ceramica (distretto di Sassuolo), che vanta una produttività di 57mila euro per addetto.
Il primato delle grandi città: dove si crea la ricchezza
Il dato dirompente del Report riguarda i Sistemi locali urbani ad alta specializzazione, sono solo 8 (spiccano Milano, Roma e Bologna), ma il loro impatto è colossale:
- ospitano il 16% della popolazione
- producono il 27% del valore aggiunto di industria e servizi
- registrano la produttività più alta: 68 mila euro per addetto
Questi poli sono i motori dell’innovazione, dominati dai servizi avanzati, dalla ricerca e dalle telecomunicazioni. La densità imprenditoriale di questi poli è massima (83 unità locali per km²), segno di un’economia che si nutre di vicinanza e scambio di competenze.
L’analisi Istat non nasconde le fragilità del Sud. La classe degli SL non specializzati (124 aree che contribuiscono solo al 4% del valore aggiunto nazionale) è concentrata nel Mezzogiorno, con punte critiche in Calabria (26 sistemi) e Sicilia (40). Non mancano i segnali in controtendenza:
- Avezzano (Abruzzo): unico polo del sud specializzato in macchine e apparecchiature elettriche, con una produttività elevata grazie a investimenti multinazionali.
- Melfi, Cassino, Atessa: presidi fondamentali della fabbricazione di mezzi di trasporto.
- il settore portuale: sistemi come Napoli, Palermo e Gioia Tauro mostrano densità abitative e imprenditoriali elevatissime, confermando il ruolo strategico del mare per l’economia meridionale.
Un dato che farà discutere riguarda gli 85 sistemi locali turistici, pur coprendo l’11% del territorio (dalle Alpi alla Sardegna), pesano per il 3% del valore aggiunto. Un segnale che il settore, pur fondamentale per l’occupazione, necessita ancora di investimenti per aumentare la qualità della domanda e la redditività del lavoro, specialmente al Sud dove la produttività turistica crolla a 30 mila euro.
La nuova tassonomia Istat non è solo un esercizio statistico, ma uno strumento per pianificare il futuro. Ci dice che l’Italia è un Paese dove la ricchezza è concentrata nei nodi urbani ad alta tecnologia, mentre le aree interne e i distretti tradizionali lottano contro una produttività stagnante. La sfida per i prossimi anni sarà di collegare la “città specchio” del progresso con l’Italia dei territori e delle tradizioni.
Maggiori informazioni nella nota Istat