Il 2025 ha segnato lo spartiacque: l’Intelligenza Artificiale Generativa non più un giocattolo per nerd, ma il “coltellino svizzero” della Generazione Z.
Secondo gli ultimi rilevamenti UE, il 64% dei giovani tra i 16 e i 24 anni utilizza regolarmente strumenti come ChatGPT, Claude o Midjourney. Un dato che doppia la media della popolazione generale (33%), confermando un divario generazionale senza precedenti nell’adozione tecnologica.
Il dato eclatante riguarda l’istruzione, mentre il 9% della popolazione usa l’IA per formarsi, tra i banchi di scuola e nelle aule universitarie la percentuale schizza al 39%. I giovani hanno capito prima delle istituzioni che l’IA non serve solo a “copiare”, ma a sintetizzare concetti, generare codice e personalizzare l’apprendimento. Tuttavia, il mondo del lavoro mostra una parità curiosa: l’uso professionale si attesta intorno al 15% sia per i giovani che per gli adulti. Un segnale chiaro: i 20enni usano l’IA per studiare e vivere, ma entrati in ufficio, si scontrano con processi aziendali rigidi o poco digitalizzati.
Nonostante l’entusiasmo globale, la geografia dell’innovazione disegna un’Europa a 2 velocità. In cima troviamo la Grecia (84%) e l’Estonia (83%), dove l’IA è parte del tessuto sociale. In fondo alla classifica l’Italia con il 47%, superata solo dalla Romania, il dato evidenzia che 1 giovane su 2 utilizza strumenti che nel resto d’Europa sono considerati basilari. “Il rischio è che si crei un analfabetismo funzionale, avverte l’esperta di politiche digitali Elena Rossi, se i giovani non padroneggiano questi strumenti, domani avranno una produttività inferiore rispetto ai coetanei praghesi o ateniesi.”
Le cause del ritardo sono molteplici e spaziano dalla resistenza culturale con un sistema scolastico legato a modelli analogici; ai gap infrastrutturali, connessioni e device non all’altezza delle aree periferiche e infine a una mancanza di formazione, pochi corsi specifici sull’uso critico ed etico dell’IA.
Fonte: Eurostat