Donne al lavoro: lo stato del divario occupazionale di genere nell’UE
Lavoro 3 Marzo 2026, di Danilo Grossi
I dati Eurostat 2024 mostrano progressi nella riduzione del gap, ma le disuguaglianze restano significative: l'Italia registra il divario più ampio tra i Paesi UE
Il divario di 10,0 punti percentuali tra il tasso di occupazione maschile (80,8%) e quello femminile (70,8%) è solo la punta dell’iceberg di una disuguaglianza strutturale che si manifesta in modo ancora più marcato quando si osservano le condizioni contrattuali e la qualità del lavoro.
Indicatore
Donne
Uomini
Lavoro part-time (% sul totale occupati)
27,8%
7,7%
Contratti a tempo determinato
11,3%
8,9%
Sottoccupazione
3,6%
1,6%
In tutti e tre gli indicatori — part-time, contratti precari e sottoccupazione — la quota femminile è significativamente superiore a quella maschile. Si tratta di segnali di una partecipazione al mercato del lavoro spesso condizionata da scelte imposte dalle strutture di cura familiare o da una domanda di lavoro che penalizza le donne nelle posizioni stabili e a tempo pieno.
L’Italia maglia nera in Europa: 19,4 punti percentuali di gap
Nel panorama europeo, i dati 2024 disegnano una mappa delle disuguaglianze molto eterogenea. All’estremo negativo si colloca l’Italia, con un divario di genere nell’occupazione di 19,4 punti percentuali — il più elevato tra tutti i 27 Paesi dell’Unione. Seguono la Grecia con 18,8 pp e la Romania con 18,1 pp.
All’opposto, la Finlandia registra un gap quasi azzerato (0,7 pp), seguita dalla Lituania (1,4 pp) e dall’Estonia (1,7 pp) — Paesi dove le politiche di conciliazione vita-lavoro e l’accesso ai servizi di cura hanno contribuito a livellare la partecipazione femminile al mercato del lavoro.
Un decennio di progressi (e qualche passo indietro)
Tra il 2014 e il 2024, il divario occupazionale di genere nell’UE si è ridotto di 1,1 punti percentuali. Un miglioramento modesto a livello aggregato, ma che nasconde dinamiche nazionali assai differenziate: il calo ha riguardato 22 Paesi su 27.
Il caso più eclatante di miglioramento è quello di Malta, che ha visto ridursi il proprio divario di ben 13,2 punti percentuali — un risultato straordinario frutto di politiche attive per l’occupazione femminile, investimenti nei servizi per l’infanzia e incentivi al rientro delle donne nel mercato del lavoro. Riduzioni significative si sono registrate anche in Lussemburgo (-7,4 pp) e Repubblica Ceca (-4,9 pp).
Il quadro si fa però più preoccupante guardando ai Paesi dove il divario è invece aumentato. La Grecia è rimasta stazionaria a 18,8 pp — invariata in un decennio — mentre Cipro (+2,3 pp), Bulgaria (+1,4 pp), Romania (+0,6 pp) e Italia (+0,5 pp) hanno addirittura registrato un peggioramento.
Il caso Italia In un decennio (2014-2024) il gap occupazionale di genere in Italia non solo non è diminuito, ma è aumentato di 0,5 punti percentuali, portandosi a 19,4 pp. L’Italia resta il fanalino di coda dell’UE su questo indicatore, segnalando la necessità di interventi strutturali su asili nido, congedi parentali condivisi e politiche attive per il lavoro femminile.
Cosa ci dicono i dati per le politiche locali
Per gli amministratori locali e le municipalità, questi dati non sono semplici statistiche europee. Il divario occupazionale di genere si radica spesso in carenze infrastrutturali locali: disponibilità di asili nido e servizi per l’infanzia, trasporti pubblici efficienti, reti di assistenza agli anziani. Comuni e città metropolitane hanno un ruolo diretto in tutti questi ambiti.
Le realtà municipali più avanzate stanno sperimentando misure concrete: dalla certificazione di parità di genere per le imprese locali, ai piani di welfare aziendale integrati con i servizi comunali, fino alla raccolta e all’analisi sistematica di dati disaggregati per genere nelle politiche del lavoro locali.