Bruxelles ha rotto gli indugi. Dopo mesi di stallo e discussioni tecniche, la Commissione europea ha presentato la proposta legislativa dell’Industrial Accelerator Act (IAA), un piano ambizioso con un obiettivo chiaro: dare priorità ai prodotti “Made in EU” negli appalti pubblici e nelle forme di sostegno pubblico, con un focus deciso anche sulla sostenibilità e sulle basse emissioni di carbonio.
L’atto, annunciato il 4 marzo 2026, non è una direttiva ordinaria: è pensato come un vero e proprio cambiamento di dottrina economica, secondo Stéphane Séjourné — vicepresidente della Commissione responsabile per la prosperità e la politica industriale dell’UE.
Cosa cambia nella pratica: criteri per appalti e sostegni pubblici
La proposta non si limita a un semplice slogan. Il “Made in UE” diventerà un criterio esplicito negli appalti pubblici e negli schemi di aiuto statale per settori strategici, ossia:
- Acciaio, alluminio, cemento;
- Automotive e tecnologie pulite (batterie, pannelli solari, elettrolizzatori, pompe di calore, turbine eoliche).
In pratica, una quota minima di contenuto europeo, e possibilmente a basse emissioni, dovrà essere incorporata nei beni e servizi acquistati con soldi pubblici. Negli Stati membri la normativa si tradurrebbe in bandi e appalti in cui le imprese con produzione locale o componenti europee avranno un vantaggio competitivo su quelle extra‑UE.
Parallelamente, nei programmi di sostegno pubblico, Bruxelles chiede che anche la produzione sostenibile e decarbonizzata sia favorita, mirando a rilanciare l’industria europea nel contesto della transizione verde.
Le ambizioni: più industria, meno dipendenze esterne
A Bruxelles spiegano che il piano non è una risposta al protezionismo — ma di fatto lo sembra: l’obiettivo ufficiale è riportare la quota della manifattura europea al 20% del PIL entro il 2035 (era poco più del 14% nel 2024) e creare o salvaguardare posti di lavoro.
L’IAA serve anche a ridurre la dipendenza da catene globali esterne, in particolare da fornitori con standard ambientali e di costo molto diversi, con un occhio di riguardo alla concorrenza cinese e alle sue politiche industriali aggressive.
Le critiche: protezionismo, costi e relazioni esterne
Non tutti sono entusiasti. La proposta ha diviso gli Stati membri dell’Unione e attirato critiche anche da partner commerciali. La sua interpretazione come “Buy European” è vista da alcuni — dentro e fuori l’UE — come un passo verso il protezionismo, con rischi di ritorsioni commerciali e maggiori costi per imprese europee integrate in catene globali.
Alcuni governi e associazioni industriali temono che rigidi requisiti di contenuto locale possano complicare le catene di approvvigionamento e aumentare i prezzi, in particolare nei settori che dipendono fortemente da componenti importati.
Il percorso legislativo: fase di negoziazione
È importante ricordare che la proposta dell’IAA non è ancora legge: deve essere negoziata e approvata dal Parlamento europeo e dal Consiglio dell’UE, un processo che potrebbe durare fino al 2027 e vedere modifiche sostanziali.
Conclusione: una svolta europea, non priva di tensioni
L’Industrial Accelerator Act rappresenta una delle iniziative più importanti degli ultimi anni in materia industriale nell’UE, con l’ambizione di ridisegnare il ruolo dell’Europa nella competizione globale, rafforzando la manifattura interna e legandola a criteri di sostenibilità. Ma il dibattito è appena iniziato: tra sostenitori che vedono una svolta strategica e detrattori che temono costi e frammentazioni, il “Made in UE” negli appalti è destinato a rimanere un nodo cruciale nelle discussioni politiche a Bruxelles e nei capitoli di commercio internazionale.