L’agrivoltaico non è soltanto una soluzione tecnica. È una visione: quella di un Paese capace di integrare la produzione di energia rinnovabile con la tutela del suolo agricolo e la sopravvivenza del settore primario. Una visione che tocca direttamente le competenze e le responsabilità dei Comuni, chiamati a orientare il governo del territorio, l’uso del suolo e la pianificazione energetica locale.
Con gli impianti agrivoltaici si coltiva tra le file dei pannelli fotovoltaici, garantendo la continuità delle pratiche agricole e generando reddito integrativo per le imprese. Un’integrazione già in atto, che supera definitivamente la falsa contrapposizione tra produzione di energia e produzione di cibo.
“L’agrivoltaico rappresenta oggi uno dei banchi di prova più importanti per la transizione energetica del Paese. Non si tratta di scegliere tra produzione agricola ed energia rinnovabile, ma di costruire un’integrazione capace di generare benefici ambientali, economici e sociali.”— Stefano Ciafani, Presidente nazionale di Legambiente
IL QUADRO ATTUALE: NUMERI IN CRESCITA, NORME IN RITARDO
A livello europeo, secondo SolarPower Europe, sono attivi oltre 200 impianti agrivoltaici in tutta Europa, per una capacità superiore ai 15 gigawatt. Francia, Germania e Paesi Bassi guidano la classifica, sostenuti da investimenti pubblici e quadri normativi stabili.
In Italia il settore ha registrato un’accelerazione importante: gli investimenti hanno superato i 17 miliardi di euro nel 2024, e oltre 700 progetti sono stati selezionati nell’ambito del PNRR per una potenza complessiva prossima ai 2 gigawatt. L’obiettivo fissato dal Piano è il raggiungimento di 1,04 GW installati entro il 30 giugno 2026.
Eppure, il rischio di un rallentamento è concreto. Il dossier “L’agrivoltaico in Italia 2026” di Legambiente — presentato al II Forum Nazionale sull’Agrivoltaico, tenutosi a Roma — fotografa con chiarezza il paradosso: aumentano investimenti e progetti, ma la loro realizzazione procede a rilento, frenata da procedure autorizzative complesse, criteri non uniformi tra Regioni e incertezze nella definizione delle aree idonee.
Per le amministrazioni locali, l’agrivoltaico non è soltanto una questione energetica. È uno strumento di politica territoriale. I benefici documentati dalle prime sperimentazioni scientifiche includono:
Produzione di energia pulita senza sottrarre suolo all’agricoltura
Riduzione dei consumi idrici grazie all’ombreggiamento dei pannelli
Incrementi produttivi per alcune colture in condizioni sperimentali
Creazione di aree a maggiore biodiversità e miglioramento dell’integrazione paesaggistica
Nuove opportunità per le aree interne, a contrasto dell’abbandono dei terreni
In un contesto di crisi climatica sempre più urgente — siccità, eventi estremi, perdita di produttività agricola — queste caratteristiche rendono l’agrivoltaico una risposta sistemica, non una soluzione di nicchia.
“L’agrivoltaico può rappresentare una leva straordinaria per il rilancio del settore primario. Ma perché questo avvenga è fondamentale che i progetti nascano da una reale integrazione tra competenze agronomiche ed energetiche, rendendo gli agricoltori protagonisti.”— Angelo Gentili, Responsabile Agricoltura di Legambiente
IL RUOLO DELLE REGIONI E DEGLI ENTI LOCALI
Il quadro normativo italiano resta uno dei principali colli di bottiglia. Procedure autorizzative lunghe, criteri non uniformi tra Regione e Regione, e l’assenza di una visione politica organica continuano a rallentare uno dei comparti più promettenti della transizione ecologica. Il risultato è che crescono i capitali e le intenzioni di investimento, ma la realizzazione degli impianti rimane spesso bloccata.
Legambiente rivolge un appello chiaro alle Regioni: evitare approcci restrittivi o frammentati e costruire un quadro omogeneo, orientato allo sviluppo di progetti di qualità, in cui l’integrazione con l’attività agricola sia reale ed efficace. A esse spetta il compito di definire le aree idonee aggiuntive rispetto a quelle nazionali e di accelerare i processi di autorizzazione.
I Comuni, dal canto loro, sono interlocutori essenziali: attraverso gli strumenti di pianificazione urbanistica e il dialogo con le comunità locali, possono orientare i progetti verso soluzioni coerenti con le vocazioni del territorio, garantendo il coinvolgimento degli agricoltori fin dalle prime fasi della progettazione.
COSA PUÒ FARE IL COMUNE Aggiornare i Piani Urbanistici per includere la mappatura delle aree idonee all’agrivoltaico Instaurare tavoli di confronto con imprese agricole, investitori e enti di ricerca locali Partecipare attivamente ai bandi PNRR per il cofinanziamento di impianti sperimentali Semplificare le istruttorie comunali per i progetti agrivoltaici con integrazione agronomica certificata Sostenere la creazione di Comunità Energetiche Rinnovabili con vocazione agroenergetica
UNA SFIDA DA NON LASCIARE INCOMPIUTA
Le risorse del PNRR rappresentano un passaggio decisivo, ma non sufficiente. L’agrivoltaico richiede una strategia di lungo periodo che vada oltre la scadenza del 30 giugno 2026, trasformando questa opportunità in una leva strutturale di sviluppo rurale e transizione energetica.
Coltivare energia senza smettere di produrre cibo non è più una prospettiva teorica. È una possibilità concreta, supportata da dati, sperimentazioni e investimenti crescenti. La sfida per le istituzioni — a partire dai Comuni — è decidere se accompagnare questa trasformazione con strumenti adeguati o lasciarla incompiuta per eccesso di burocrazia e mancanza di visione.
La campagna nazionale “Agrivoltaico: per un’Italia Agricola e Solare” lanciata da Legambiente punta proprio a costruire nei territori un confronto sinergico tra mondo agricolo, imprese delle rinnovabili e istituzioni. Un’occasione concreta per le amministrazioni locali di posizionarsi come protagoniste attive della transizione ecologica.
Fonti: Dossier “L’agrivoltaico in Italia 2026”, Legambiente; SolarPower Europe; PNRR — Missione 2, Componente 2. II Forum Nazionale Agrivoltaico, Roma, Palazzo Wedekind.