Il tempo in cui ogni classe scolastica pullulava di 3 “Andrea” o 4 “Giulia” volge al termine, non è solo una percezione o una moda passeggera: è un mutamento antropologico certificato dai numeri. Se un tempo il nome era il ponte che legava il nuovo nato alla storia familiare o al canone religioso, oggi è diventato un dispositivo di distinzione.
Uno studio sistematico pubblicato su Humanities and Social Sciences Communications, la rivista guidata dallo psicologo Yuji Ogihara (Aoyama Gakuin University di Tokyo), ha analizzato decenni di registri anagrafici in 7 nazioni chiave: Germania, Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Giappone, Cina e Indonesia. Il risultato è inequivocabile: la frequenza dei nomi rari è in aumento costante.
- in Francia, il trend è documentato su un arco di 2 secoli (1800-2019).
- negli Stati Uniti, la curva ha iniziato a impennarsi a fine ‘800.
- in Asia, storicamente più conservatrice, il boom dell’unicità è esploso con l’inizio del nuovo millennio, scardinando tradizioni millenarie.
Dal “Noi” all’ “Io”: la rivoluzione dei valori
Secondo Ogihara, il nome non è più una etichetta, ma un indicatore quantitativo di trasformazioni sociali difficili da misurare. Dietro la scelta di un nome unico si nasconde il desiderio dei genitori di proiettare sul figlio un destino di eccezionalità.
“Attribuire un nome unico significa enfatizzare l’idea che l’individuo debba distinguersi, emergere, essere diverso”, spiega lo studioso.
Questo fenomeno si inserisce in un quadro di individualismo crescente, dove l’autorealizzazione personale prevale sulle norme collettive. Se prima il nome serviva a “integrare”, oggi serve a “isolare” (in senso positivo) il soggetto dalla massa.
Particolarmente interessante è il dato relativo a Cina e Giappone. In queste culture, dove il conformismo è stato a lungo un valore cardine, l’ascesa dei nomi rari suggerisce una metamorfosi profonda. I giovani genitori asiatici, pur vivendo in contesti popolati e competitivi, cercano attraverso l’onomastica di garantire ai figli una “voce” singolare fra miliardi.
I registri anagrafici offrono dati oggettivi che superano i limiti dei classici sondaggi. Tuttavia, Ogihara avverte: restano ancora da esplorare vaste aree come l’Africa, il Medio Oriente e l’America Latina, dove le dinamiche religiose e comunitarie potrebbero resistere a questa spinta atomizzante.
Ciò che resta è una certezza: il modo in cui chiamiamo i nostri figli è lo specchio del mondo che stiamo costruendo. Un mondo in cui l’identità non è più qualcosa che si eredita, ma qualcosa che si rivendica, lettera dopo lettera, fin dal primo giorno di vita.