La maggioranza degli italiani sostiene una regolamentazione più stringente del mondo digitale ma, proprio le misure che andrebbero a tutela degli utenti, dividono il paese a metà: in un clima di crescente sfiducia nei confronto delle piattaforme tecnologiche, la tensione tra sicurezza e privacy resta il nodo centrale del dibattito.
Gli italiani sono sempre più consapevoli dei rischi che si nascondono nel mondo digitale, e sempre più esigenti nei confronti di chi quel mondo governa. A testimoniarlo è l’ultima ricerca condotta da SWG, che fotografa un paese in cui la domanda di regole è forte e diffusa, ma le risposte che si offrono non convincono tutti allo stesso modo.
Il punto di partenza è chiaro: due terzi degli italiani chiedono più trasparenza sugli algoritmi che guidano i contenuti delle piattaforme digitali e attribuiscono una maggiore responsabilità ai CEO delle aziende tecnologiche per quello che accade nelle loro app e sui loro siti. Non si tratta più di un tema riservato a pochi addetti ai lavori o attivisti digitali. È una sensibilità che ha raggiunto la massa, e che trova eco anche nelle iniziative internazionali: le proposte avanzate dal premier spagnolo durante il Forum di Davos hanno trovato fertile terreno proprio tra i cittadini italiani.
Al centro della discussione si trova la questione dell’identità digitale. La maggioranza degli italiani approva l’idea di superare l’anonimato sulla rete, sostituendolo con un’identità univoca — un po’ come quello che già offre lo SPID nel contesto dei servizi pubblici digitali. In questa misura, gli italiani vedono soprattutto uno strumento di filtro: un modo per garantire che chi opera online lo faccia in modo verificabile e, di conseguenza, più difficile da strumentalizzare per scopi illeciti.
Ma dove questa logica risulta più convincente? Proprio dove il rischio è percepito come più immediato. La maggioranza degli italiani sarebbe favorevole a rendere obbligatorio l’uso dell’identità digitale per il gioco d’azzardo e per i siti destinati a contenuti per adulti. Si tratta di settori in cui la protezione dei minori e la sicurezza degli utenti sono questioni che toccano direttamente la vita quotidiana delle famiglie italiane. In questi contesti, il consenso verso una regolamentazione più rigida è netto e deciso.
Cambia, però, la musica quando si parla di e-commerce e di piattaforme di streaming. Qui il consenso si ridimensiona sensibilmente. Gli italiani, in questi casi, tendono a resistere all’idea di dover compiere ulteriori passaggi di autenticazione: la comodità della navigazione e dello shopping online pesa nella bilancia, e l’obbligo di identificazione rischia di sembrare un ostacolo più che una tutela.
Questo dividere tra settori a alto rischio e settori quotidiani riflette una più profonda tensione che attraversa il dibattito italiano sulla vita digitale: quella tra sicurezza e libertà. I benefici attesi dall’introduzione dell’identità digitale obbligatoria sono chiari — la protezione dei minori, la maggiore sicurezza degli account, la riduzione dei contenuti anonimi e potenzialmente nocivi — ma circa un italiano su due non è disposto a pagarne il prezzo in termini di privacy e autonomia individuale. È una preoccupazione che non va sottovalutata: stiamo parlando di metà del paese che, pur riconoscendo la necessità di più regole, teme che quelle stesse regole possano diventare uno strumento di controllo.
Emblematica di questa ambivalenza è la posizione degli italiani sulla gestione dei dati personali. Su questo tema il paese si divide quasi a metà: solo la metà degli intervistati ha fiducia che i propri dati vengano trattati nel rispetto della privacy. E questa fiducia non è distribuita in modo uniforme: a mostrarla di più sono proprio i cittadini più istruiti, come a dire che la conoscenza della materia, paradossalmente, non elimina il dubbio, ma ne ridimensiona la portata.
Il quadro che emerge dalla ricerca SWG è quello di un paese che vuole più sicurezza nel mondo digitale, ma che non è disposto a firmare un assegno in bianco. Gli italiani chiedono regole chiare, trasparenza nei meccanismi algoritmici e responsabilità verso chi gestisce le piattaforme. Ma al tempo stesso vogliono mantenere il controllo sulla propria vita online: su dove, come e perché i loro dati vengono usati. Equilibrare queste due esigenze — sicurezza e libertà — resta la sfida più delicata per chi, nell’Italia del 2026, si mette alla guida della politica digitale.