C’è un’Italia che si svuota in silenzio. Non quella delle grandi città o delle periferie metropolitane che finiscono sui giornali, ma quella dei borghi appenninici, dei paesi di montagna, delle vallate dove i bar chiudono uno dopo l’altro e le scuole non hanno più bambini a sufficienza per restare aperte. È l’Italia delle aree interne, quella che l’Istat prevede in declino demografico per l’82% dei suoi comuni entro il 2043, con punte del 93% al Sud.
Eppure, proprio da uno di questi territori apparentemente condannati arriva un segnale diverso. Dieci piccoli comuni dell’Alta Sabina, nel Lazio, hanno deciso di non arrendersi e hanno firmato un patto che potrebbe diventare un modello per centinaia di altri borghi italiani: l’Atlante per il Futuro, un contratto che impegna questi territori a ripopolarsi del 5% entro il 2035.
L’esperimento che può fare scuola
Quello che rende interessante l’iniziativa dell’Alta Sabina non è solo l’ambizione dell’obiettivo, ma soprattutto il metodo. Questi dieci comuni – Rocca Sinibalda, Belmonte, Colle di Tora, Longone, Marcetelli, Torricella, Monteleone, Poggio Moiano, Poggio San Lorenzo e Varco Sabino – hanno capito una cosa fondamentale: da soli non si va da nessuna parte.
Sette comuni, settemila e cinquecento abitanti in tutto. Numeri piccoli, certo, ma non per questo irrilevanti. Anzi, è proprio questa dimensione ridotta che rende l’esperimento replicabile. Non servono metropoli o investimenti miliardari. Serve invece quello che hanno fatto loro: unire le forze, mettere insieme competenze e risorse, costruire una strategia comune.
Il loro punto di partenza è drammatico: un tasso di spopolamento del -4,2%, quattordici volte superiore alla media nazionale. La fuga è costante, soprattutto quella dei giovani più formati. Tra il 2002 e il 2022, quasi 330.000 laureati tra i 25 e i 39 anni hanno lasciato le aree interne italiane. Cervelli, energie, futuro che se ne va verso le città o all’estero.
Non solo buone intenzioni, ma una strategia concreta
L’aspetto più interessante dell’Atlante per il Futuro è che non si tratta di un documento vago pieno di buoni propositi. È un contratto vero e proprio, con obiettivi misurabili, tempi definiti e dodici milioni di euro di investimenti da mettere a terra nel prossimo decennio, finanziati attraverso il PNRR.
La strategia si articola su cinque pilastri che toccano tutti gli aspetti della vita di un territorio: dall’energia all’acqua, dalla digitalizzazione all’agricoltura, dall’inclusione sociale alla valorizzazione ambientale. Non un singolo intervento miracoloso, ma un tessuto integrato di azioni che si sostengono a vicenda.
Prendiamo l’energia: questi comuni stanno costruendo una comunità energetica con impianti fotovoltaici distribuiti e un sistema di cogenerazione a biomassa locale. Non importano energia da chissà dove, la producono loro, creando resilienza e riducendo i costi. Oppure l’innovazione digitale: una piattaforma civica con una valuta locale virtuale che premia chi fa attività utili alla comunità. Porti la spesa a un anziano? Accumuli crediti. Offri un passaggio? Guadagni token da spendere per altri servizi. È economia collaborativa applicata alla vita quotidiana di un borgo.
Il valore nascosto dei piccoli comuni
Ma c’è un altro aspetto che rende questa operazione interessante come modello: la consapevolezza del valore che questi territori hanno, anche se spopolati. Come sottolinea il contratto stesso, le foreste, le acque e i paesaggi dell’Alta Sabina generano quasi 134 milioni di euro l’anno in benefici collettivi: acqua pulita, aria respirabile, assorbimento di CO2, rifugio climatico nelle estati sempre più calde.
Sono servizi ecosistemici che le città consumano senza pagarli. Roma e Rieti, per esempio, beneficiano dell’acqua che scende da questi monti e dell’aria pulita che filtrano queste foreste. Marco Bussone, presidente dell’Uncem, lo dice chiaramente: è tempo che le città stringano patti con i territori montani, riconoscendo concretamente il valore di quello che ricevono ogni giorno.
È un cambio di prospettiva radicale: i piccoli comuni non come luoghi da assistere con sussidi, ma come produttori di servizi essenziali per tutti. E per mantenerli, basterebbero 1,2 milioni di euro l’anno, meno dell’1% del valore che generano.
Un modello esportabile
L’esperienza dell’Alta Sabina è stata pensata fin dall’inizio come un progetto pilota replicabile. E questo è forse l’aspetto più importante per il futuro delle aree interne italiane. Perché se funziona qui, in una zona che sconta anni di carenza di servizi e spopolamento progressivo, può funzionare in centinaia di altri territori simili sparsi lungo l’Appennino e le Alpi.
Gli ingredienti necessari non sono irraggiungibili: serve la volontà politica dei sindaci di mettersi insieme superando campanilismi e confini comunali; serve una strategia chiara che integri ambiente, economia e società; servono risorse, ma non cifre astronomiche; serve coinvolgere cittadini, imprese, associazioni nella costruzione del futuro comune.
Come spiega Elena Battaglini, sociologa e direttrice scientifica del progetto, per invertire l’esodo demografico non bastano idee geniali calate dall’alto o campagne di comunicazione. Servono esperienze condivise, nuove regole, fiducia costruita giorno per giorno. Serve “infrastrutturare spazi di risonanza e rinforzo sociale”, come dice lei con linguaggio da sociologa, ovvero creare le condizioni perché le persone vogliano restare o tornare.
Oltre l’assistenzialismo
Per decenni la politica per le aree interne si è concentrata su bonus, incentivi, sgravi fiscali. Strumenti utili, forse, ma insufficienti. L’approccio dell’Alta Sabina va oltre: non si limita a rendere meno costoso vivere in questi luoghi, ma lavora per renderli più attrattivi, più connessi, più vivi.
Il sindaco di Rocca Sinibalda, Stefano Micheli, lo definisce “un vero e proprio laboratorio di innovazione”. E in effetti l’idea è proprio questa: sperimentare soluzioni nuove a problemi vecchi, misurarne l’impatto con indicatori precisi (il progetto prevede una dashboard pubblica per monitorare in tempo reale i progressi), e quando funzionano esportarle altrove.
L’Italia è piena di territori che potrebbero seguire questa strada. Piccoli comuni che singolarmente sono troppo deboli per invertire le tendenze demografiche, ma che insieme potrebbero costruire alternative credibili allo spopolamento. Comunità che hanno boschi da gestire, acqua da tutelare, tradizioni agricole da rilanciare, paesaggi da valorizzare.
Una questione nazionale
Il destino delle aree interne non è solo un problema locale. Quando si svuotano i borghi, si perdono presidi territoriali fondamentali per la manutenzione del territorio, per la prevenzione del dissesto idrogeologico, per la conservazione della biodiversità. Si perde anche un patrimonio culturale, sociale, di saperi che una volta andato non torna più.
L’Atlante per il Futuro dell’Alta Sabina propone una via diversa. Dice che è possibile invertire la rotta, ma non con ricette miracolistiche o interventi spot. Serve una strategia di lungo periodo, serve unire le forze, serve investire in modo intelligente e integrato. E serve soprattutto credere che questi territori hanno ancora un futuro.
Ora la sfida è vedere se funzionerà davvero, se tra dieci anni quei dieci comuni saranno riusciti ad attrarre nuovi residenti, se le giovani coppie avranno deciso di restare o tornare, se le scuole avranno più bambini. Ma intanto il modello c’è, l’esperimento è partito. E centinaia di altri piccoli comuni italiani potrebbero guardare all’Alta Sabina e pensare: perché non noi?