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L’Europa rallenta sulla sostenibilità: nessun Paese è in linea con tutti i 17 Obiettivi dell’Agenda 2030

Il nuovo rapporto dell'SDSN, rete ONU per lo sviluppo sostenibile, certifica la stagnazione dei progressi SDG in tutta Europa. Crescono le disuguaglianze sociali, si indebolisce l'impegno politico della Commissione europea, mentre le emissioni importate pesano per il 40% del totale UE. Cosa significa per i Comuni italiani.
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41 Paesi Monitorati dal Rapporto0 su 41 Paesi in linea con tutti i 17 SDG40% Emissioni UE generate all’estero

Il quadro generale: progressi fermi, disuguaglianze in crescita

L’Europe Sustainable Development Report 2026, pubblicato a febbraio dalla UN Sustainable Development Solutions Network (SDSN), fotografa una realtà preoccupante: il progresso dell’Europa verso gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDG) dell’Agenda 2030 si è sostanzialmente bloccato. Nessuno dei 41 Paesi analizzati — inclusi tutti gli Stati membri UE, i Paesi candidati, i Paesi EFTA e il Regno Unito — è attualmente in linea con il raggiungimento di tutti i 17 obiettivi entro il 2030.

Il rapporto, giunto alla sua settima edizione, evidenzia come i Paesi nordici continuino a guidare la classifica europea — con Finlandia, Svezia e Danimarca in testa all’SDG Index — ma nemmeno loro riescano a evitare criticità significative su almeno due obiettivi, in particolare quelli legati all’azione per il clima (SDG 13), alla biodiversità (SDG 14 e 15) e ai modelli di produzione e consumo sostenibili (SDG 12).

“Con meno di cinque anni al 2030, l’Europa non può permettersi la complacenza. Il rapporto è chiaro: i progressi sugli SDG sono disomogenei e, in alcuni ambiti, si stanno addirittura invertendo.” Stoyan Tchoukanov, Presidente CESE NAT

Disuguaglianze sociali: il principio del ‘nessuno escluso’ sotto pressione

Uno degli elementi più allarmanti del rapporto riguarda il cosiddetto Leave-No-One-Behind Index, che misura le disuguaglianze interne ai Paesi su 35 indicatori. Dall’analisi emerge un aumento della deprivazione materiale in diversi Paesi ad alte prestazioni — tra cui Finlandia, Svezia e Germania — a partire dal 2021. Un segnale che la crescita economica non si è tradotta automaticamente in benessere diffuso.

I Paesi baltici, l’Europa centrale e orientale e i Paesi candidati all’UE mostrano le disparità interne più marcate. Questi ultimi, in media, si collocano oltre 11 punti al di sotto della media UE sull’SDG Index europeo: un divario che richiede politiche di convergenza più forti nell’ambito dell’allargamento.

< 40% Fiducia nei governi nazionali – 2025 La quota di cittadini che si fidano del proprio governo in Paesi come Francia, Germania e Regno Unito

L’impegno politico dell’UE si indebolisce

Un altro dato rilevante riguarda la Commissione europea: dal 2025, i riferimenti agli SDG e all’Agenda 2030 sono in gran parte scomparsi dai Programmi di lavoro della Commissione. Le linee guida politiche della seconda Commissione von der Leyen (2024–2029) non vi fanno esplicito riferimento, in coincidenza con la progressiva diluizione di elementi del Green Deal europeo — dai quadri sulla sostenibilità aziendale alle politiche agro-alimentari — e con le crescenti pressioni geopolitiche.

A ciò si aggiunge il calo degli aiuti pubblici allo sviluppo (APS) nella maggior parte dei Paesi europei nel 2025: solo Norvegia, Lussemburgo, Svezia e Danimarca rispettano l’obiettivo dello 0,7% del reddito nazionale lordo.

“In un momento in cui gli Stati Uniti mettono apertamente in discussione gli SDG e il multilateralismo onusiano, l’Europa deve affermare una politica estera autonoma, radicata nella pace, nella partnership e nello sviluppo sostenibile.” Guillaume Lafortune, Vice Presidente SDSN e autore principale del Rapporto

Le emissioni importate e la responsabilità globale dell’UE

Il Rapporto dedica ampio spazio al cosiddetto International Spillover Index, che misura l’impatto ambientale che i Paesi europei producono al di fuori dei propri confini attraverso le catene di approvvigionamento globali. Per l’UE-27, circa il 40% delle emissioni di gas serra viene generato all’estero, attraverso i beni importati.

Questo dato impone una riflessione: la decarbonizzazione dei sistemi energetici interni non è sufficiente. È necessario agire sulla governance delle filiere produttive globali e integrare il valore del capitale naturale — foreste, acqua, biodiversità — nei sistemi di rendicontazione finanziaria delle imprese e dei governi.

~40% Emissioni GHG dell’UE generate all’estero (“emissioni importate”)0,7% GNI Target APS rispettato solo da 4 Paesi europei nel 2025

Cosa significa per i Comuni italiani

Il rallentamento europeo sugli SDG non è un tema astratto per le amministrazioni locali. I Comuni sono in prima linea nell’attuazione di molti obiettivi dell’Agenda 2030: dalla lotta alla povertà (SDG 1) all’accesso all’acqua potabile (SDG 6), dalla mobilità sostenibile (SDG 11) all’inclusione sociale. Le crescenti disuguaglianze interne rilevate dal rapporto si manifestano spesso proprio a livello locale, con differenze marcate tra aree urbane e rurali, tra centro e periferia.

Il rapporto invita i governi a riaffermare l’impegno sugli SDG attraverso dichiarazioni congiunte a livello istituzionale e a presentare una seconda revisione volontaria UE alle Nazioni Unite entro il 2027. Per i Comuni, questo rappresenta anche un’opportunità: incorporare gli SDG nella pianificazione strategica locale significa accedere a un linguaggio comune con i fondi europei e con le politiche di coesione che finanziano il territorio.

Fonte e approfondimenti Lafortune, Guillaume e Grayson Fuller (a cura di) (2026). Europe Sustainable Development Report 2026: SDG Pathways to 2030 and Mid-Century. Parigi: SDSN – Dublin University Press. Dati e visualizzazioni interattive: eu-dashboards.sdgindex.org

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