Sant’Angelo. Il paese che l’arte ha salvato dall’oblio
A poche decine di chilometri da Roma sorge Sant’Angelo, una piccola frazione nel comune di Viterbo. Fino a pochi anni fa un borgo quasi disabitato, popolato per lo più da anziani, avviato verso lo spopolamento e l’oblio che ha inghiottito tanti piccoli centri dell’entroterra. Poi, nel 2017, ACAS l’Associazione Culturale Arte e Spettacolo ha scelto una strada tanto semplice quanto efficace: trasformare le pareti del paese in un libro di fiabe a cielo aperto. Il primo murale raffigurava Alice nel Paese delle Meraviglie; oggi Sant’Angelo ne conta oltre settanta, accompagnati da installazioni, bassorilievi e mosaici che raccontano Pinocchio, Peter Pan, la Bella Addormentata, Don Chisciotte e tante altre favole sparse in tutto il Paese.
Non si tratta di semplice decoro urbano. Il borgo, che rischiava di scomparire dalle mappe, è tornato a essere meta di visita, di racconto, di identità condivisa. La street art ha fatto ciò che spesso le sole politiche abitative o i bandi di ripopolamento non riescono a fare da soli: ha dato al paese una ragione per essere raccontato, visitato, vissuto.

Il modello che si allarga: sei borghi e la Rigenerazione Culturale del PNRR
Quello che a Sant’Angelo è nato da un’iniziativa culturale dal basso, fatta con tanta fatica e dedizione, ma con meravigliosi risultati, su scala nazionale trova ora una cornice istituzionale precisa: il bando PNRR per la Rigenerazione Culturale e Sociale dei piccoli borghi storici, che ha assegnato risorse consistenti a venti centri under 5.000 abitanti in tutta Italia. Sei di questi progetti, distribuiti tra centro e sud del Paese, mostrano quanto l’investimento nella cultura possa assumere forme diverse ma un’unica direzione: fare della bellezza un motore di comunità e di economia locale.
A Polesine Parmense (Emilia-Romagna), 1,6 milioni di euro finanzieranno il recupero di Palazzo Menta, storico albergo settecentesco, per farne un hub gastronomico che intreccia panificazione con grani antichi, norcineria, ebanisteria e un ostello di nuova generazione, oltre all’apertura ai disabili del Teatro Pallavicino. A Monte Castello di Vibio, in Umbria, il progetto ruota attorno al Teatro della Concordia, uno dei più piccoli teatri del mondo con appena 99 posti, e punta a creare un’Accademia d’Arte Diffusa con aule all’aperto, spazi espositivi e residenze d’artista nelle case degli abitanti.
A Gradara, nelle Marche, la Rocca dei Malatesta e le sue atmosfere trecentesche fanno da sfondo a un progetto di recupero dell’artigianato artistico medievale e rinascimentale: un laboratorio di liuteria, una taverna tardomedievale, un laboratorio calligrafico per la produzione di codici miniati. A Ulassai, in Sardegna, il legame tra arte e paesaggio ha radici profonde nell’opera dell’artista Maria Lai, che nel 1981 coinvolse l’intera popolazione in una performance collettiva legando le case del paese alla montagna con un nastro di tela; oggi 20 milioni di euro finanzieranno il restauro della Stazione dell’Arte e la riqualificazione del museo diffuso dedicato alla sua opera.
A Calascio, in Abruzzo, il celebre castello di Rocca Calascio, tra i più fotografati d’Italia, diventa il fulcro di un progetto di ruralità innovativa che unisce restauro, albergo diffuso, una Scuola della pastorizia 4.0 e una Biennale della Cultura Rigenerativa. A Muro Leccese, in Puglia, il progetto ViViMuro riunisce l’anima messapica e quella medievale del borgo in un unico percorso di visita, tra scavi archeologici, ricostruzioni in 3D e la valorizzazione di eventi identitari come il Messapia Summer Festival.

| “È come se il paese avesse aspettato questo momento: era come mettere un fiammifero vicino alla legna da ardere.” — Maria Lai, sulla performance collettiva a Ulassai |
Perché per i Comuni la bellezza è leva economica e sociale
I casi di Sant’Angelo e dei sei borghi del PNRR raccontano una stessa verità, letta da prospettive diverse: quando un’amministrazione decide di investire su arte, cultura e bellezza, non sta semplicemente abbellendo un luogo. Sta costruendo un’infrastruttura di attrattività che genera turismo lento, nuova occupazione artigiana, motivo di orgoglio per chi resta e ragione di ritorno per chi era andato via. È un investimento che si ripaga su tempi lunghi, ma che agisce anche nell’immediato sul senso di comunità: un paese che racconta una storia — che sia una fiaba dipinta su un muro o una leggenda messapica ricostruita in 3D — diventa un paese che i suoi stessi abitanti tornano a guardare con occhi diversi.
Per i piccoli Comuni italiani, spesso schiacciati tra spopolamento e risorse limitate, questi esempi offrono un metodo replicabile: non servono necessariamente grandi capitali, ma una visione chiara, il coinvolgimento della comunità locale e la capacità di intercettare i bandi — PNRR in primis — che oggi premiano proprio la rigenerazione culturale come leva di sviluppo territoriale.

| La cultura non è un costo accessorio per le amministrazioni locali: è, sempre più, la condizione stessa perché un territorio torni ad avere un futuro. |
| COSA FARE COME COMUNE → Mappare il patrimonio artistico, storico e immateriale del territorio, anche minore o poco conosciuto. → Coinvolgere associazioni culturali e artisti locali in progetti di rigenerazione partecipata, sul modello di Sant’Angelo. → Monitorare i bandi PNRR e i fondi ministeriali dedicati alla Rigenerazione Culturale e Sociale dei piccoli borghi. → Costruire progetti che integrino cultura, artigianato, ricettività e accessibilità, non solo restauro fine a sé stesso. → Valorizzare le narrazioni identitarie del territorio come strumento di attrattività turistica e di coesione sociale. |