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Le Marche, il terremoto e quel paesaggio italiano

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Per quanto possa sembravi paradossale ha ragione Vittorio Sgarbi a chiederci, in questo momento drammatico, di visitare le Marche, di visitare quelle città d’arte con i loro gioielli architettonici, oggi minacciati da una natura leopardianamente ostile.

Anzitutto distinguendo: “a Camerino, San Severino e Tolentino, il danno è più alto di quanto non dicano i giornali, mentre in aree come la provincia di Pesaro e Ancona è inesistente. Si dice Marche, ma in realtà il terremoto ha risparmiato alcune zone importanti sotto il profilo culturale…”.

Per quanto mi riguarda è un invito cui aderisco con entusiasmo. L’unica cosa bella della “globalizzazione” è che uno si può sentire di casa ovunque. Le famigerate radici – care a leghisti e alle logiche identitarie – hanno a che fare in buona parte  con l’immaginario, e  ogni volta dobbiamo sceglierle, come ha osservato anche Edward Said! Io, per esempio,  che sono romano, con lontane ascendenze pugliesi, mi sento di casa a Lisbona, a New York, etc., ma in Italia soprattutto nelle Marche. Ci andavo in vacanza da piccolo, in quella specie di struggente  lungomare “da camera” che è Grottammare. E ogni volta mi manca quel paesaggio  – il “paesaggio italiano” per definizione, dolce ed equilibrato, tra le colline arrotondate e l’Adriatico odoroso, punteggiato di campanili, con le chiese arrampicate sull’Appennino, impreziosite da affreschi e pale d’altare – paesaggio che non riesco a immaginare offeso e stravolto, come è oggi  a causa del  sisma.

E provo attrazione per il carattere dei suoi abitanti (del tutto omologo a quel paesaggio),  che Guido Piovene negli anni Cinquanta  identificava in una intelligenza ironica, che si accontenta del poco,  in laboriosità e  mitezza, in uno “scetticismo sottile che è come l’altra faccia della bontà”, e che è messo oggi  a durissima prova. Pasolini   diceva di provenire  dai ruderi, dalle pale d’altare e  dai borghi abbandonati  dell’Italia centrale (in Poesia in forma di rosa) –  che forse più di ogni altro scrittore nella seconda metà del ‘900 ha amato  il nostro umanesimo, di un amore straziante e  infantile. Ma vorrei riprenderlo quando scrive “Solo l’amare, solo il conoscere / conta, non l’aver amato / non l’aver conosciuto…” (“Il pianto della scavatrice”, dalle Ceneri di Gramsci). Pasolini diffidava della speranza e riteneva che senza il senso del futuro non ci sarebbe il potere. In che senso? Credo che tutto si giochi qui ed ora, nel nostro presente.

L’unica risposta al male –  naturale e storico – , alla violenza indifferente della natura e all’incuria colpevole  degli uomini, consiste nel costruire adesso, e dunque nell’anticipare, un futuro diverso e più solido, dentro il quotidiano, dentro le innumerevoli forme di cooperazione e di cittadinanza attiva, dentro tutte quelle esperienze – civili, culturali, sociali, etc. – in cui il nostro  umanesimo, congelato nei musei e  nell’accademia, viene come collaudato e riprende miracolosamente vita. Visitiamo le Marche, prendiamoci anche noi cura di quell’immenso patrimonio, che coincide con una civiltà e una visione dell’esistenza cui non possiamo rinunciare.

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