Gestire i rifiuti in Italia costa di più. Tra il 2024 e il 2025 l’indice generale dei costi di gestione ha registrato un +1,7%, a trainare la crescita sono stati gli incrementi nei prezzi d’acquisto di beni e servizi (+2%) e le spese per il personale dipendente (+1,8%), mentre il costo d’uso del capitale è rimasto stabile (+0,1%). I dati emergono dall’ultimo aggiornamento diffuso dall’Istat, che per l’occasione ha rinnovato la struttura di calcolo, spostando l’anno base di riferimento dal 2015 al 2021 per riflettere i mutamenti della struttura economica del settore.
I 2 sotto-settori a confronto. L’aumento complessivo dell’1,7% risente in misura diversa delle 2 macro-attività regolative. Il raggruppamento che pesa di più sul paniere, quello relativo alla raccolta, al trattamento e allo smaltimento dei rifiuti, ha visto un incremento dei costi dell’1,9%, più contenuta la dinamica per il settore del recupero dei materiali, dove il rialzo si è fermato all’1,4%.
L’effetto del nuovo calcolo sui dati passati. Il passaggio alla nuova base statistica 2021=100 ha comportato una ricalibratura dei dati degli anni precedenti (2022-2024), il cambiamento più evidente riguarda il 2022: l’aggiornamento ha fatto registrare un balzo del +4% rispetto alle vecchie stime. La correzione è dovuta alla voce “acquisto di beni e servizi” (+5%). L’Istat spiega che nella nuova struttura di calcolo i consumi di energia elettrica delle aziende di gestione dei rifiuti pesano maggiormente rispetto al passato; l’incrocio tra il maggior peso e l’impennata dei prezzi energetici del 2022 ha modificato il quadro di quell’anno. Le revisioni per il 2023 (-0,6 punti) e per il 2024 (-0,4 punti) sono risultate invece contenute.
Nota sull’indicatore. L’indice, sviluppato d’intesa con il Ministero dell’Ambiente e l’Ispra, non è richiesto da regolamenti comunitari, ma risponde a esigenze conoscitive del settore. Si tratta di un indicatore indiretto che l’Istat calcola incrociando i prezzi alla produzione dei prodotti industriali, le retribuzioni contrattuali orarie del settore e i prezzi dei beni capitali, evitando di gravare sulle imprese con ulteriori questionari diretti.
Fonte: ISTAT