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Dipendenza energetica e transizione: i Comuni nella cabina di regia della svolta green

I dati Eurostat 2024 confermano che l'UE importa ancora il 57% del proprio fabbisogno energetico. Ma il quadro si sta trasformando, e le amministrazioni locali sono chiamate a guidare la transizione sul territorio.
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57% Dipendenza energetica UE fabbisogno coperto da importazioni nette67% Quota petrolio e derivati principale voce delle importazioni UE24% Quota gas naturale secondo prodotto per importazioni UE

Un’Unione ancora dipendente, ma in transizione

Nel 2024, quasi sei decimi del fabbisogno energetico dell’Unione europea sono stati coperti da importazioni nette: il tasso di dipendenza energetica si è attestato al 57%, confermando una strutturale esposizione dell’Europa ai mercati internazionali delle materie prime fossili. Lo certifica l’edizione 2026 della pubblicazione interattiva Energy in Europe, elaborata da Eurostat sulla base dei dati relativi all’esercizio precedente.

Il petrolio e i suoi derivati (incluso il greggio, componente principale) rappresentano ancora il 67% delle importazioni energetiche dell’UE, seguiti dal gas naturale al 24%, dai combustibili fossili solidi — sostanzialmente carbone — al 4%, dall’elettricità al 3% e dalle fonti rinnovabili al 2%. Per quanto riguarda le origini geografiche, gli Stati Uniti si confermano primo fornitore di petrolio e derivati con il 16% delle importazioni, mentre la Norvegia copre il 30% delle forniture di gas naturale e l’Australia il 31% del carbone importato dall’UE.

“La transizione energetica non si decide solo a Bruxelles: si costruisce nei piani urbanistici, nelle gare d’appalto, nella progettazione degli spazi pubblici di ogni Comune italiano.”

Una dipendenza diseguale: il caso italiano

I dati per paese rivelano profonde disparità interne all’UE. All’estremo più vulnerabile si trovano Malta (98%), Lussemburgo (91%) e Cipro (88%), realtà insulari o prive di fonti energetiche proprie significative. All’altro capo della scala, Estonia (5%), Svezia (27%) e Lettonia (29%) dimostrano come sia possibile ridurre drasticamente la dipendenza attraverso un mix equilibrato di biomasse, idroelettrico e, nel caso svedese, nucleare.

L’Italia si colloca nella fascia medio-alta con un tasso di dipendenza del 74%, superiore alla media europea di 17 punti percentuali. Questa vulnerabilità strutturale si traduce direttamente in pressione sui bilanci pubblici: secondo le stime del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, la bolletta energetica delle pubbliche amministrazioni — Comuni inclusi — rappresenta una delle voci di spesa più esposte alla volatilità dei mercati internazionali.

PaeseDipendenza 2024Posizione rispetto alla media UE
Malta98%Molto al di sopra (+41 pp)
Lussemburgo91%Molto al di sopra (+34 pp)
Cipro88%Molto al di sopra (+31 pp)
Italia74%Al di sopra (+17 pp)
Media UE57%
Lettonia29%Al di sotto (−28 pp)
Svezia27%Al di sotto (−30 pp)
Estonia5%Molto al di sotto (−52 pp)

Perché i Comuni sono attori chiave della transizione

La sfida della riduzione della dipendenza energetica non riguarda soltanto i governi nazionali e le grandi utility. Le amministrazioni comunali gestiscono patrimoni immobiliari pubblici — scuole, uffici, impianti sportivi, illuminazione stradale — che assorbono quote rilevanti della spesa energetica locale. Secondo i dati ENEA, gli edifici pubblici italiani consumano circa 30 TWh di energia all’anno, con un potenziale di risparmio stimato tra il 30 e il 50% attraverso interventi di efficienza energetica.

Il quadro normativo europeo offre oggi agli enti locali strumenti di finanziamento senza precedenti. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza destina oltre 23 miliardi di euro alla transizione energetica, con misure direttamente fruibili dai Comuni: dal Superbonus per gli edifici pubblici ai bandi per l’efficienza energetica delle scuole, fino agli incentivi per la mobilità sostenibile e per la produzione di energia da fonti rinnovabili.

Comunità energetiche rinnovabili: una leva per i territori

Tra le opportunità più concrete che i dati europei mettono in luce vi è quella delle Comunità Energetiche Rinnovabili (CER). Il recepimento italiano della Direttiva RED II, avvenuto con il decreto legislativo 199/2021 e perfezionato con i decreti attuativi del 2023–2024, ha aperto la strada a un modello in cui i Comuni possono diventare soci fondatori o promotori di aggregazioni in grado di produrre, condividere e autoconsumare energia da fonti rinnovabili.

L’esperienza dei territori più avanzati — dal Trentino-Alto Adige alla Sardegna, passando per numerosi piccoli Comuni del Centro-Sud — dimostra che le CER non sono soltanto uno strumento di riduzione delle bollette, ma un potente veicolo di coesione sociale e sviluppo locale. I benefici energetici vengono condivisi con le famiglie in condizioni di povertà energetica, con le attività produttive locali e con gli stessi enti pubblici, generando un circolo virtuoso che riduce la vulnerabilità del territorio alle fluttuazioni dei mercati energetici internazionali.

“Le Comunità Energetiche Rinnovabili non sono soltanto uno strumento di risparmio: sono laboratori di democrazia energetica locale.”

Dal PNRR agli appalti verdi: come agire concretamente

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e i fondi strutturali europei 2021–2027 rappresentano per i Comuni italiani una finestra di opportunità irripetibile. Tuttavia, la capacità di attrarre e spendere queste risorse richiede competenze tecniche, administrative e progettuali che molti enti — in particolare i piccoli Comuni — faticano a sviluppare in autonomia.

ANCI ha attivato percorsi di supporto tecnico e formazione dedicati proprio a colmare questo gap. Tra le azioni più efficaci che le amministrazioni locali possono mettere in campo vi sono: l’adozione dei Criteri Ambientali Minimi (CAM) nelle gare d’appalto per forniture energetiche e lavori edilizi; la stipula di contratti di prestazione energetica (EPC) con operatori privati; la realizzazione di diagnosi energetiche del patrimonio pubblico; e la partecipazione a bandi regionali e nazionali per la riqualificazione degli edifici scolastici e degli impianti di illuminazione pubblica.

IL DATO 30 TWh/anno consumo energetico stimato degli edifici pubblici italiani (ENEA) — con un potenziale di risparmio tra il 30 e il 50% grazie all’efficienza energetica

Verso i Comuni a energia positiva

I dati del rapporto Eurostat 2024 fotografano un sistema energetico europeo ancora fortemente dipendente dall’estero, ma in profonda trasformazione. La quota delle rinnovabili nelle importazioni è ancora marginale (2%), ma la produzione interna da fonti rinnovabili è in rapida crescita in tutta Europa, e i Comuni sono tra i soggetti meglio posizionati per accelerare questa evoluzione.

L’obiettivo dei ‘Comuni a energia positiva’ — amministrazioni locali che producono più energia di quanta ne consumino, cedendo il surplus alla rete — non è più un’utopia riservata ai Paesi nordici. Esistono già esempi italiani significativi, e il quadro normativo e finanziario attuale rende questo traguardo raggiungibile, a patto di investire in progettazione, competenze e visione strategica a lungo termine.

La transizione energetica è, in ultima analisi, una transizione di modello di sviluppo: dai territori dipendenti da materie prime importate a territori che valorizzano le proprie risorse locali — sole, vento, biomasse — per costruire autonomia, resilienza e benessere diffuso. I Comuni sono la scala giusta per farlo.

Fonti: Eurostat, Energy in Europe – 2026 edition; ENEA, Rapporto sull’Efficienza Energetica; Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica; Decreto Legislativo 199/2021.

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