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Brexit, ci vorrebbe una Ue che possa piacere agli inglesi per mettere tutti d’accordo

La data referendaria sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione europea si avvicina e molti Paesi l’attendono con interesse. Diversi equilibri internazionali potrebbero cambiare a seconda del risultato
giornale dei comuni

Annunciando il referendum del 23 giugno, una delle promesse di Cameron nella scorsa campagna elettorale, il premier britannico ha affermato che considerati gli esiti del Consiglio europeo, avrebbe chiesto ai propri cittadini di votare “Sì”. Un primo sondaggio effettuato dopo l’annuncio attestava 15 puti di vantaggio nei confronti degli assertori, ma il 19% degli inglesi era ancora assai incerto. Nel corso dei mesi Cameron si è dovuto confrontare non solo con la decisa opposizione della coalizione euroscettica Ukip, ma anche con molti membri del proprio partito, contrari alla permanenza nell’Unione. Nel suo ultimo intervento il premier si è poi spinto avanti dicendo che la Brexit potrebbe addirittura minare la pace in Europa.

Oggi a Londra, dopo l’elezione del nuovo primo cittadino, si scaldano gli animi dei comitati pro e contro la Brexit. Con l’elezione a Sindaco di Sadik Khan, europeista, l’ago della bilancia della consultazione referendaria potrebbe in qualche modo spostarsi. Senza dubbio il giudizio popolare del 23 giugno avrà ripercussioni sugli equilibri di diversi Paesi, da Parigi a Roma, da Atene a Francoforte. Ma anche gli Stati extraeuropei guardano con interesse e qualche preoccupazione al voto di giugno. Dentro o fuori? Questo è il dilemma. Molti cittadini britannici ritengono di non avere bisogno dell’Unione europea, né alcun interesse a entrare nell’euro. E sono in gran parte inglesi gli outsider più convinti. Qualcuno dice senza indugi che ci vorrebbe un’Unione diversa per mettere tutti d’accordo. Giusto due giorni fa il primo ministro giapponese Shinzo Abe, al termine dell’incontro con il premier David Cameron, ha ricordato che la Gran Bretagna fuori dall’Ue diventerebbe, ad esempio, meno attrattiva per gli investitori nipponici. “Circa mille aziende giapponesi operano nel Regno Unito e impiegano 140.000 persone – ha detto Abe – Molte società giapponesi hanno avviato le proprie attività in Gran Bretagna, proprio perché il Paese è considerato il cancello per l’Unione europea”. Se questa griglia dovesse essere chiusa, gli investitori potrebbero non continuare le proprie attività. Cameron dal canto suo ha confermato i numeri e l’importanza degli investitori giapponesi nel Regno Unito (investimenti che nel 2014 ammontavano a 48 miliardi di euro). Tra i settori di spicco quello manifatturiero e dell’automotive. Lo stabilimento Nissan di Sunderland, a sud di Londra, è il più grande del Paese. Tante le riflessioni da fare prima del voto che scriverà una nuova pagina di storia.

 

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