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Uffici postali, prime vittorie dei piccoli Comuni contro la chiusura

Il Tar della Toscana dà ragione al Comune di Zeri contro la decisione di Poste di rimodulare l'orario di apertura dell'ufficio del paese, garantendo il servizio soltanto tre mattine a settimana
giornale dei comuni

“La chiusura di un ufficio postale non può essere disposta solo per ragioni di carattere economico, senza ponderare il pregiudizio alle esigenze degli utenti». Lo ha ribadito il Tar della Toscana, accogliendo il ricorso del Comune di Zeri, borgo montano di mille abitanti in provincia di Massa e Carrara, contro la decisione di Poste italiane di rimodulare l’orario di apertura dell’ufficio del paese, garantendo il servizio soltanto tre mattine a settimana. Nelle motivazioni della sentenza, il Tar toscano ricorda che «la disciplina comunitaria e quella nazionale assegnano particolare rilievo al ruolo fondamentale dell’ufficio postale, nella funzione di coesione sociale ed economica sul territorio». Una funzione che non può venire meno, ricorda la magistratura amministrativa, soprattutto «in territori particolarmente disagiati», come quelli di montagna, pena l’impoverimento delle comunità locali. Per le stesse ragioni, nei giorni scorsi sempre il Tar della Toscana aveva dato ragione al Comune di Pistoia, che aveva presentato ricorso contro la chiusura degli uffici postali di Cireglio, Le Grazie, Pracchia, Sammommé e Villa di Baggio e la riduzione d’orario dello sportello di Piteccio. Una soluzione «inaccettabile» per il sindaco di Pistoia, Samuele Bertinelli, che oggi parla di «decisiva vittoria delle ragioni degli enti locali e delle realtà territoriali». I pronunciamenti contro il piano di riorganizzazione di Poste Italiane, che prevede, in un quinquennio, la chiusura di 455 uffici e la razionalizzazione di altri 609, non sembrano però scalfire le intenzioni dell’azienda, decisa a portare avanti il progetto pur assicurando l’intenzione di «mantenere la capillarità della presenza sul territorio e la prossimità ai cittadini». Promesse che, però, non convincono Massimo Castelli, sindaco di Cerignale, paese di 129 abitanti sull’Appennino piacentino e coordinatore dei piccoli Comuni dell’Anci. «Nel piano di Poste c’è una contraddizione di fondo – spiega Castelli – e riguarda il fatto che quest’azienda fornisce un vero e proprio servizio sociale, che non può essere cancellato per ragioni di bilancio». Tra l’altro, ricorda Castelli, i tagli previsti avrebbero un impatto minimo sulla gestione complessiva di Poste, visto che si tratta di poco più di mille uffici (tra chiusure e rimodulazioni d’orario) su oltre 13mila. È un’operazione che impoverisce i territori e crea un danno d’immagine anche alla stessa azienda, perché va a minare alla radice un rapporto di fiducia secolare con i cittadini. Secondo i giudici amministrativi, infatti, il Piano di Poste viola il principio di universalità del servizio stabilito dalle direttive comunitarie. Il messaggio che arriva dai Tar è molto semplice. Queste decisioni devono essere concertate col territorio. Perché non è possibile portare avanti politiche di ripopolamento delle aree interne, continuando a tagliare i servizi essenziali.

 

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