In Italia è in corso un passaggio d’epoca che non possiamo ignorare. Parlare di “emergenza incendi” ogni volta che arriva l’estate è un errore di prospettiva. Legambiente nel suo rapporto “L’Italia in fumo 2026”, evidenzia che i roghi che devastano la penisola non sono incidenti temporanei e imprevedibili, ma la conferma di una fragilità territoriale strutturale.
I numeri parlano chiaro: nel 2025 il fuoco ha divorato ben 96.517 ettari di territorio (l’equivalente di 135.000 campi da calcio), il doppio rispetto al 2024. E il 2026 ha confermato la tendenza, con i primi incendi registrati già nei mesi invernali e primaverili.
La penisola brucia a causa di un mix di 3 fattori:
- la crisi climatica: temperature alte, siccità prolungate e la conseguente aridità della vegetazione trasformano i boschi in enormi serbatoi di combustibile pronti a prendere fuoco al minimo innesco
- l’abbandono delle aree interne: senza una gestione attiva delle zone rurali e montane, la biomassa si accumula indisturbata. questo crea una continuità della vegetazione (la cosiddetta “bomba di combustibile”) che facilita la propagazione dei roghi fino alle aree abitate
- il ritardo nella prevenzione pubblica: lo stato e le regioni continuano a investire risorse esclusivamente nella fase di spegnimento (la lotta attiva con i canadair e le squadre a terra), trascurando la manutenzione forestale preventiva e la pianificazione strategica durante i mesi invernali.
Illegalità e ruolo delle Ecomafie
Dietro la cenere si nasconde spesso la mano dell’uomo, i dati del Rapporto Ecomafie 2026 curato dall’Osservatorio Nazionale Ambiente e Legalità di Legambiente confermano il legame tra gli incendi boschivi e gli interessi criminali.
Il dolo e la colpa restano le cause principali. Per contrastare le speculazioni, la Legge quadro sugli incendi boschivi (L. 353/2000) prevede vincoli rigidi sulle aree percorse dal fuoco:
- 10 anni di divieto assoluto di edificazione
- 10 anni di divieto di caccia e pascolo
- 15 anni di vincolo di destinazione d’uso del suolo
Tuttavia, questi strumenti funzionano se i Comuni applicano e aggiornano costantemente il Catasto delle aree percorse dal fuoco, un adempimento che sconta ancora ritardi a livello locale.
Le proposte
Per fermare la distruzione del patrimonio naturale, l’ufficio Biodiversità e l’Osservatorio di Legambiente indicano alcune azioni:
- pianificazione e prevenzione integrata: spostare i finanziamenti pubblici dalla gestione dell’emergenza alla cura quotidiana dei boschi e delle aree naturali, valorizzando la selvicoltura preventiva
- applicazione della legge: supportare i comuni nella mappatura digitale e nell’aggiornamento del catasto incendi per rendere operativi i vincoli di inedificabilità
- monitoraggio satellitare costante: potenziare l’utilizzo dei dati del sistema europeo Effis/Copernicus per incrociare le anomalie termiche e gli indici di pericolo con il controllo del territorio da parte delle forze dell’ordine (CUFAA)
- formazione e coordinamento: superare la frammentazione delle competenze tra stato, regioni e comuni, garantendo esercitazioni costanti e integrazione tra i piani antincendio dei parchi naturali e quelli regionali
In sintesi, la sfida sta nel prenderci cura del territorio, prima che si crei la situazione di pericolo ed emergenza.
Fonte: Legambiente