Una crescita guidata dalla domanda internazionale
Nel primo trimestre del 2026, gli esercizi ricettivi italiani hanno registrato complessivamente 23 milioni di arrivi e 71,6 milioni di presenze, segnando rispettivamente un incremento del 4,2% e del 7,5% rispetto allo stesso periodo del 2025. Il dato, rilevato dall’Istat nell’ambito del monitoraggio sui flussi turistici, fotografa un settore in decisa ripresa, con la componente straniera che si conferma protagonista assoluta della crescita.
I turisti non residenti rappresentano ormai il 54,6% delle presenze totali e fanno segnare un incremento del 12,3% rispetto al 2025, a fronte di un più contenuto +2,2% della clientela italiana. La dinamica evidenzia un progressivo spostamento dell’asse del turismo verso la domanda inbound, con rilevanti implicazioni per la pianificazione dell’offerta locale.
Particolarmente significativa la performance di marzo, il mese più turistico del trimestre, che concentra il 37,6% delle presenze totali e registra variazioni tendenziali eccezionali per la clientela straniera (+17,4%), a fronte di una crescita più moderata degli italiani (+2,7%). Febbraio mostra anch’esso un incremento apprezzabile, con presenze straniere in aumento dell’11,3%.
La sfida dell’extra-alberghiero: crescita intensa, governance complessa
Il dato strutturalmente più rilevante per le amministrazioni comunali riguarda la diversa intensità di crescita tra il comparto alberghiero e quello extra-alberghiero. Il primo registra un incremento delle presenze del 3,9%, il secondo del 14,7%: quasi quattro volte più elevato. Una forbice che non è casuale, ma riflette il consolidamento dei modelli di ospitalità diffusa — affitti brevi, bed and breakfast, agriturismi — sempre più presenti nel mercato e sempre più difficili da governare.
Nel comparto extra-alberghiero, la crescita degli stranieri è esplosiva: +21,5% nelle presenze rispetto al 2025. Gli italiani crescono a un ritmo più sostenuto rispetto al canale alberghiero (+6,5%), ma è la domanda internazionale a dominare. Per i Comuni, questo significa dover affrontare l’impatto urbanistico e sociale dell’espansione degli affitti brevi — fenomeno che incide sulla disponibilità di abitazioni, sul tessuto commerciale e sulla vivibilità dei centri storici — senza disporre spesso di strumenti regolatori adeguati.
Le opportunità per i comuni e le politiche locali
Per gli enti locali, i dati Istat non sono solo statistiche: sono segnali che orientano le scelte di programmazione. Un turismo in crescita del 7,5% nelle presenze significa più entrate da imposta di soggiorno, ma anche maggiori pressioni sui servizi locali, sulle infrastrutture e sul tessuto urbano. La permanenza media di 3,12 notti — stabile rispetto al 2025, con gli stranieri che si fermano più a lungo (3,53 notti) rispetto agli italiani (2,74 notti) — suggerisce che il turismo «mordi e fuggi» rimane diffuso, con un impatto meno profondo sulle economie locali rispetto a soggiorni più lunghi.
In questo quadro, il rafforzamento delle strategie di destination management diventa prioritario. I comuni, specialmente quelli a vocazione turistica, sono chiamati a dotarsi di strumenti per monitorare i flussi in tempo reale, bilanciare la pressione turistica con la qualità della vita dei residenti e valorizzare le mete meno conosciute per decongestionare le destinazioni più battute. La crescita dell’extra-alberghiero impone poi un’attenzione specifica alla regolamentazione degli affitti brevi, in attuazione della normativa nazionale e dei regolamenti regionali.
Cosa possono fare i Comuni
Tra le leve a disposizione degli enti locali: modulazione dell’imposta di soggiorno per distribuire i flussi nel tempo e nello spazio; adozione di regolamenti sugli affitti brevi in coerenza con il quadro normativo nazionale; sviluppo di sistemi di monitoraggio dei flussi turistici integrati con le piattaforme digitali; promozione di itinerari nelle aree interne per decongestionare le destinazioni più frequentate; investimenti in infrastrutture culturali e ambientali finanziati con le risorse derivanti dal turismo.
La flessione degli arrivi italiani nel canale alberghiero: un segnale da monitorare
Un elemento che merita attenzione è la flessione degli arrivi di clientela residente nel comparto alberghiero: -2,7% nel totale del trimestre. Il calo è distribuito su tutti e tre i mesi (gennaio -4,0%, febbraio -1,7%, marzo -2,3%). Le presenze degli italiani negli alberghi si mantengono tuttavia sostanzialmente stabili (+0,2%), suggerendo che chi sceglie l’albergo vi rimane leggermente più a lungo. La perdita degli arrivi potrebbe segnalare uno spostamento verso l’extra-alberghiero, sempre più attrattivo per le famiglie italiane grazie alla flessibilità e ai prezzi più contenuti. Un fenomeno già osservato in altri Paesi europei e che pone interrogativi sulla tenuta del modello alberghiero tradizionale, in particolare nella fascia bassa della classificazione.
I dati del primo trimestre 2026 restituiscono l’immagine di un’Italia turistica dinamica e attrattiva per il pubblico internazionale, ma che mostra alcune tensioni strutturali — tra vocazione alberghiera e crescita dell’ospitalità diffusa, tra flussi in aumento e capacità di governo dei territori — che richiedono risposte di policy precise e tempestive da parte delle amministrazioni locali. Il turismo è una delle poche industrie con effetti diretti e immediati sull’economia dei comuni: accompagnarne la crescita con strumenti adeguati è oggi una priorità di governance non rinviabile.
Fonte: Istat, Flussi turistici – I trimestre 2026