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Consiglio di Stato, no a tre soli provider per il Sistema pubblico d’identità digitale

Finora i gestori accreditati presso l'Agid per rilasciare a cittadini e imprese il “Pin” unico per accedere ai servizi della Pa sono InfoCert, Poste e Tim
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A nemmeno dieci giorni dal lancio ufficiale effettuato il 15 marzo scorso, lo SPID riceve un grosso schiaffo dal Consiglio di Stato. Palazzo Spada ha accolto le motivazioni delle associazioni dei provider esclusi dai criteri economici alti stabiliti dal governo, pronunciandosi definitivamente sulla questione: il sistema di identità digitale è poco più di una password, non una modalità di riconoscimento forte, perciò non ha senso ed è discriminante che venga fornito solo da tre grossi provider. Ora la palla passa a palazzo Chigi.

La quarta sezione del Consiglio di Stato presieduta da Sergio Santoro ha dato ragione alle associazioni di Confcommercio Assoprovider ed Assintel. In pratica, la Presidenza del Consiglio dei Ministri aveva inoltrato ricorso al Consiglio di Stato dopo aver incassato l’alt dal Tar del Lazio sul tema dell’elevato capitale sociale necessario quale elemento di qualifica per poter diventare Identity Provider SPID, e ora che il Consiglio di Stato ha dato torto a palazzo Chigi la partita si chiude da un’altra parte.

Questo pronunciamento per cui l’affidabilità di una azienda non può essere messa in relazione al capitale sociale dovrebbe mettere una pietra tombale se non altro al modello impostato dal governo. Ovvio che i provider attuali legittimamente continueranno ad operare, ma si dovrà dare risposta alle altre aziende che eventualmente vorranno anche loro fornire il servizio di autenticazione per lo Spid.

Il Consiglio di Stato chiarisce che SPID è un sistema essenzialmente basato su password e non può dunque essere equiparato alle modalità di identificazione forte quali la carta nazionale dei servizi e la firma digitale, conseguentemente non può richiedersi per la prestazione dei servizi di identificazione criteri economici sproporzionati.

SPID, acronimo di Sistema Pubblico di Identità Digitale, ha l’ambizione di diventare l’account con cui i cittadini possono dialogare con la PA.

Qui c’è un problema. Il Codice di amministrazione digitale varato dal governo raddoppia i requisiti di capitale necessari per l’esercizio delle attività soggette al controllo dell’AGID, cioè l’esecutivo predilige pochi provider, più forti e controllabili, mentre il Consiglio di Stato ha smontato la tesi a sostegno di questa scelta dando ragione alle associazioni che hanno denunciato l’eccessivo “scarto” del territorio:

In questo vicenda si scontrano due visioni: il modello coi tre provider garantisce una certa stabilità e centralità, però fatica a coprire le molte aree a scarso rendimento o interesse; invece un modello pluralista consente a diversi piccoli provider (generalmente molto bravi) di fornire magari col wifi una connettività minima, dove i grandi player non hanno interesse ad arrivare, e aggiungere ai loro servizi anche lo Spid. Ovviamente però aumentano i player in campo.

Basta uscire dalla città per trovare aree dove non arriva la banda larga. Questa sentenza aiuta a comprendere che alzando il limite di capitale sociale per una tecnologia che in realtà è fornibile da molte altre aziende si fa un torto ai territori e si peggiora il digital divide.

Che succederà, ora? Forse qualche provider chiederà all’Agid, che resta il riferimento tecnico per il sistema pubblico di identità digitale, di potersi accreditare come identity provider dello Spid, ma che risposta potrà dare l’agenzia? Probabilmente a metà fra il legale e il politico, insomma passando la questione al governo Renzi e al ministro Madia.

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