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Superbatteri, i laboratori USA si uniscono per combatterli

La donna della Pennsylvania infettata da un germe ritenuto resistente è ora guarita e sta bene
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Minacce e paure sono sempre in agguato. La vita sul pianeta Terra non è una passeggiata. Fin dalla Notte dei Tempi l’umanità ha dovuto fronteggiare minacce di tutti i tipi, in primis il flagello delle malattie. Come non ricordare il terrore delle popolazioni colpite dalle epidemie di vaiolo e dalla Peste Nera, che nel 1300 ridusse in senso assoluto il numero di abitanti dell’Europa. Batteri e virus hanno sempre imperversato causando sofferenze e morte. Chi può dimenticare la scena madre del Settimo sigillo, nella quale il Cavaliere gioca a scacchi con la Morte in persona? Poi, sono arrivati i vaccini, i sulfamidici e gli antibiotici, infine, di recente, gli antivirali. E le cose sono molto migliorate. Non a caso, la vita media si è allungata progressivamente e la popolazione mondiale è cresciuta sempre più a ritmi accelerati. Tant’è che oggi abbiamo toccato la cifra record di oltre 7 miliardi di umani viventi, e si prevede che diventeremo presto 9 miliardi e via così. E, tuttavia, non possiamo dirci assolutamente al sicuro. Di tanto in tanto, lo spauracchio di nuove epidemie causate da micidiali germi mutanti fa nuovamente capolino, riaccendendo le nostre ansie. Si pensi all’HIV, all’influenza aviaria o allo spettro di Ebola… Ora sono arrivati anche i superbatteri che sarebbero resistenti a tutti gli antibiotici conosciuti. Stiamo per piombare in un Medio Evo prossimo venturo, preconizzato da Roberto Vacca? Forse no. Forse la scienza può venire ancora una volta in soccorso.

Le autorità Usa hanno annunciato la creazione di una rete di laboratori in grado di fornire una risposta rapida alle aggressioni dei “superbatteri”, dopo la scoperta del primo caso umano d’infezione da Escherichia Coli resistente a un antibiotico di ultima istanza. Gli US Centers for Disease Control and Prevention stanno ancora cercando le persone venute in contatto con la donna di 49 anni della Pennsylvania la cui infezione alle vie urinarie si è rivelata positiva a un E.coli con il gene della resistenza mcr-1. Dall’autunno i Cdc forniranno strutture e assistenza a “sette/otto laboratori regionali e laboratori in tutti gli Stati e nelle sette principali città, per rilevare e reagire agli organismi resistenti rilevati su campioni di tessuti umani”, si legge in una nota dell’agenzia. I laboratori statali potranno rilevare modifiche della resistenza agli antibiotici e riferirne alle autorità federali, dando vita a indagini più veloci ed efficaci e “a una controllo delle infezioni più forte per prevenire e combattere future minacce di resistenza”. La donna della Pennsylvania non era stata all’estero e i medici non sono ancora riusciti a capire dove abbia potuto contrarre il batterio resistente, che è stato già trovato in Europa e in Cina. Il gene mcr-1 rende i batteri resistenti alla colistina, considerata un antibiotico di ultima istanza. La colistina è disponibile dal 1959, ma negli anni Ottanta si è rinunciato al suo uso sugli uomini per la sua elevata tossicità renale. E’ però largamente utilizzate negli allevamenti di bestiame, soprattutto in Cina. E’ tornata in auge come ultima risorsa negli ospedali contro le infezioni resistenti ad altri antibiotici più moderni. I CDC hanno stabilito che il batterio rilevato sulla donna non era del tipo CRE, ovvero un enterobatterio resistente al carbapenem, e non era resistente a tutti i gli antibiotici. “Tuttavia la presenza del gene mcr-1 e la capacità di scambiare la resistenza alla colistina con altri batteri, come quelli Cre, alimenta i rischi che possa svilupparsi un batterio pan-resistente”, ha spiegato l’agenzia. Secondo Beth Bell, funzionaria dei Cdc, la donna è ora guarita e sta bene.

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