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Murales: dal muro alla piazza, come la street art rigenera città e borghi

Da forma di protesta popolare a leva di sviluppo locale: un viaggio nella storia del muralismo italiano, tra periferie urbane, piccoli comuni e nuove opportunità di attrattività turistica
a cassino la libertà di espressione di solo diamond

Un muro spoglio di periferia e la facciata di una casa in un borgo dell’entroterra hanno, in apparenza, poco in comune. Eppure entrambi, negli ultimi decenni, sono diventati la superficie su cui l’Italia ha sperimentato una delle forme più diffuse di rigenerazione urbana a basso costo: il murale.

Da pratica di protesta politica a strumento di marketing territoriale, da intervento spontaneo a voce di capitolo nei bandi PNRR, il fenomeno dei murales attraversa oggi tutte le scale amministrative: le grandi città metropolitane, che lo usano per riqualificare i quartieri più marginali, e i piccoli comuni, che in alcuni casi ne hanno fatto la propria unica leva di attrattività turistica.

«Quella che un tempo era vista come arte deviata, se non proprio vandalismo, è oggi celebrata come efficace strumento di rinascita per i quartieri marginali e i borghi a rischio spopolamento»

LE ORIGINI: TRA ARREDO URBANO E PROTESTA POPOLARE

La storia italiana dei murales nasce, curiosamente, in due contesti quasi opposti. Il primo episodio riconosciuto è di natura turistico-amministrativa: nel 1956 l’Ente Provinciale per il Turismo di Varese scelse Arcumeggia, piccolo borgo nel comune di Casalzuigno, per un esperimento di rilancio dell’area prealpina, trasformando le facciate delle case in altrettante tele. Fu il primo “paese dipinto” d’Italia, un modello che nei decenni successivi sarebbe stato replicato in decine di altri centri minori.

Il secondo filone, di segno opposto, è quello sardo: nel 1968 a San Sperate, vicino Cagliari, l’artista Pinuccio Sciola diede il via a una lunga tradizione muralistica che oggi conta oltre duecento opere e ha trasformato il paese in un vero e proprio “paese museo”. L’anno successivo, nel 1969, a Orgosolo un collettivo di ispirazione anarchica firmò i primi murales a sfondo politico e sociale: pastori in lotta per la terra, temi di resistenza e libertà, denunce sociali. Negli anni Settanta e Ottanta il fenomeno si diffuse in tutta la Barbagia — Villamar, Serramanna, Fonni — accompagnato spesso dal contributo di esuli politici latinoamericani, e assunse un carattere sempre più marcatamente politico, fino a diventare un linguaggio riconoscibile di rivendicazione e memoria collettiva.

Parallelamente, in Emilia-Romagna nasceva un terzo modello, più istituzionale: a Dozza, borgo medievale sulle colline imolesi, la Biennale del Muro Dipinto, avviata nel 1965 e tuttora attiva, ha fatto convivere l’arte contemporanea con l’architettura storica, portando il borgo — oggi tra i “Borghi più belli d’Italia” — a diventare una meta turistica strutturata attorno alla street art. Negli anni Ottanta, infine, arriva in Italia il graffitismo urbano di matrice americana, che si diffonde nelle periferie delle grandi città con un linguaggio più vicino alla cultura hip hop e alla firma individuale (il tag), distinguendosi dal muralismo comunitario e narrativo che aveva caratterizzato Sardegna ed entroterra.

LE GRANDI CITTÀ: LA STREET ART COME STRUMENTO DI RIGENERAZIONE DELLE PERIFERIE

Nelle aree metropolitane il murale è oggi parte integrante delle strategie di rigenerazione urbana, spesso in sinergia con i fondi del PNRR — la Missione 5 dedica risorse specifiche al contrasto di degrado e marginalità nei contesti periferici — e con i programmi PINQUA (Programmi Innovativi Nazionali per la Qualità dell’Abitare), che tra 2022 e 2026 hanno messo in campo 2,8 miliardi di euro per 159 progetti in tutta Italia. A Roma, quartieri come Tor Marancia e San Basilio hanno visto negli ultimi anni interventi di street art di grande formato capaci di ridefinire l’immagine di aree storicamente associate al disagio abitativo. A Milano il fenomeno ha assunto anche una dimensione spontanea: nel quartiere NoLo (North of Loreto) la rigenerazione — arte urbana compresa — è nata dal basso, per iniziativa di residenti e associazioni, prima ancora che da una regia comunale. Bologna e Torino hanno invece scelto la via dei bandi pubblici: il progetto “Bologna City of Art” ha portato oltre cento murales nelle aree periferiche della città, mentre “Murales Torino” ha coinvolto più di cinquanta artisti locali.

Anche i territori meno centrali si stanno muovendo in questa direzione: la Città Metropolitana di Bari ha recentemente pubblicato un avviso da 1,2 milioni di euro per realizzare quaranta opere d’arte pubblica nelle periferie dei comuni del proprio territorio, nell’ambito del più ampio programma “Periferie Aperte”, con l’obiettivo dichiarato di creare un “museo metropolitano diffuso a cielo aperto”. È un esempio di come la scala sovracomunale possa mettere a sistema risorse e competenze che il singolo Comune, specie se di piccole dimensioni, difficilmente riuscirebbe a mobilitare da solo.

«Un murale non è solo un’immagine: può diventare un segnale, rendere un luogo riconoscibile, restituirgli un racconto e modificare il modo in cui viene percepito da chi lo abita e da chi lo attraversa»
street art

I PICCOLI COMUNI: QUANDO IL MURALE DIVENTA DESTINAZIONE TURISTICA

Se nelle grandi città il murale rigenera quartieri già densamente abitati, nei piccoli comuni il fenomeno assume spesso una funzione diversa e più radicale: contrastare lo spopolamento trasformando l’intero paese in una meta turistica riconoscibile. Il caso più citato resta quello sardo di Orgosolo e San Sperate, ma l’elenco dei “borghi dei murales” italiani si è allungato considerevolmente negli ultimi anni. In Abruzzo, Aielli — poco più di 1.400 abitanti in provincia dell’Aquila — ha costruito attorno al festival estivo Borgo Universo (street art, musica, letteratura e astronomia) un’identità che ha attirato nel tempo street artist di fama internazionale, come lo spagnolo Okuda San Miguel, e un flusso turistico che i video sui social hanno amplificato ulteriormente. In Calabria, Diamante conta oltre 150 murales lungo la Riviera dei Cedri, meta ormai consolidata dal 1981. In Puglia, San Marzano racconta gli antichi mestieri con il progetto “Murales Story”, mentre Stornara, nel Foggiano, ha superato le 150 opere grazie al festival Stramurales, diventando un caso di studio di rigenerazione di un centro a rischio abbandono. In Basilicata, Satriano di Lucania è considerato tra i borghi più “artistici” d’Italia. Nelle Dolomiti bellunesi, dal 1980 Cibiana di Cadore ha rivestito le facciate delle proprie case con murales che raccontano tradizioni e mestieri locali, mentre in Piemonte il piccolo abitato di Prea segue dagli anni Duemila un percorso analogo.

Ciò che accomuna questi casi è la logica: un intervento a basso costo — rispetto, ad esempio, al restauro di un edificio storico o alla creazione di un museo — capace di generare un’identità visiva distintiva, raccontabile sui social e sui portali di promozione turistica regionale, e di richiamare visitatori anche in territori privi di altre attrattive convenzionali. Non a caso il Ministero della Cultura, attraverso la Direzione Generale Creatività Contemporanea, ha attivato più bandi dedicati — da “Borghi in Festival” a “Cultura nei piccoli comuni”, quest’ultimo aperto a giugno 2026 per i comuni sotto i 25.000 abitanti, con scadenza il 31 agosto 2026 — che riconoscono esplicitamente il valore di questi interventi culturali diffusi come leva di rigenerazione economica e sociale dei territori più fragili.

LE OPPORTUNITÀ PER I COMUNI

I vantaggi che i murales offrono alle amministrazioni locali sono di diversa natura. Sul piano economico, si tratta di interventi che richiedono investimenti contenuti rispetto ad altre forme di rigenerazione, e che possono attivare canali di finanziamento dedicati — PNRR, fondi regionali per la rigenerazione urbana, bandi ministeriali specifici per i piccoli comuni — spesso più accessibili di quelli richiesti per opere infrastrutturali complesse. Sul piano sociale, i progetti partecipati, che coinvolgono i residenti nella scelta dei temi e talvolta nella realizzazione stessa delle opere, rafforzano il senso di appartenenza e possono contribuire a ridurre fenomeni di degrado e vandalismo, come mostrano alcune esperienze di quartiere che segnalano un calo sensibile degli atti vandalici nelle aree interessate dagli interventi. Sul piano turistico, infine, un patrimonio murale ben comunicato può diventare un vero e proprio prodotto: cataloghi digitali, app di geolocalizzazione delle opere, itinerari a piedi o in bicicletta, eventi e festival annuali sono strumenti già collaudati in molti dei borghi citati, capaci di generare un indotto in termini di ricettività, ristorazione e commercio di prossimità.

LE DIFFICOLTÀ: MANUTENZIONE, AUTORIZZAZIONI E RISCHIO DI SUPERFICIALITÀ

Accanto alle opportunità, i Comuni che intraprendono questa strada incontrano criticità non trascurabili. La prima riguarda la conservazione: molte opere, specie quelle realizzate con tecniche e vernici non professionali, sono soggette a un deterioramento rapido, e richiedono una manutenzione periodica che pochi Comuni pianificano fin dall’inizio, con il rischio che un patrimonio nato per valorizzare un borgo finisca, in pochi anni, per restituire un’immagine di trascuratezza opposta a quella desiderata.

La seconda criticità è di natura autorizzativa: quando i murales interessano edifici storici, centri protetti o contesti sottoposti a vincolo paesaggistico, è necessario il coinvolgimento della Soprintendenza, un passaggio che allunga i tempi e che va messo in conto fin dalla fase di progettazione.

La terza criticità è più culturale che tecnica: il rischio di ridurre l’intervento a operazione puramente estetica o di marketing territoriale — utile a rendere un luogo “instagrammabile” ma priva di un reale radicamento nella storia e nell’identità della comunità — che rischia di produrre un effetto di facciata destinato a esaurirsi rapidamente. Infine, per i Comuni delle aree metropolitane si aggiunge il tema della gentrificazione: una riqualificazione culturale di successo può innescare un aumento dei valori immobiliari e degli affitti che finisce per allontanare proprio i residenti che quell’intervento avrebbe dovuto beneficiare, un equilibrio che le amministrazioni devono presidiare con strumenti di politica abitativa e non lasciare alla sola dinamica di mercato.

Cosa fare come Comune
Coinvolgere sin dalla fase progettuale la comunità locale — scuole, associazioni, residenti — nella scelta dei temi, per evitare interventi percepiti come calati dall’alto e privi di radicamento nell’identità del luogo.
Verificare in anticipo eventuali vincoli paesaggistici o storico-architettonici e attivare tempestivamente l’interlocuzione con la Soprintendenza competente, per evitare ritardi in corso d’opera.
Pianificare fin dall’inizio un piano di manutenzione periodica delle opere, individuando risorse dedicate e, dove possibile, tecniche pittoriche più durature.
Candidarsi ai bandi disponibili — dal PNRR Missione 5 ai programmi regionali per la rigenerazione urbana, fino agli avvisi ministeriali dedicati ai piccoli comuni come “Cultura nei piccoli comuni” — anche in forma associata con Comuni limitrofi per aggregare massa critica.
Costruire attorno alle opere un’infrastruttura turistica leggera ma efficace: mappe digitali, itinerari segnalati, materiali multilingua e un calendario di eventi che rinnovi nel tempo l’attrattività del patrimonio murale.
Nei contesti metropolitani, accompagnare la rigenerazione culturale con politiche di tutela della residenzialità — housing sociale, calmieramento degli affitti brevi — per evitare che il successo dell’intervento si traduca in espulsione dei residenti storici.

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