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Ferrara, l’impronta conservatrice della politica dei beni culturali in Italia

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Mentre nel globo la cultura e le relative politiche culturali evocano alla mente un’apertura intellettuale, proiettata al futuro, in Italia continua a sussistere uno scontro tra correnti: da un lato un’idea conservatrice di patrimonio culturale, e al contempo una svendita economica dello stesso. La conferenza a palazzo Bonacossi a Ferrara, inserita all’interno del ciclo di incontri ‘Il museo. Dentro e intorno’, ha voluto trattare il tema della politica dei beni culturali in Italia, tra attualità e storia. A parlarne è stato storico dell’arte e responsabile della ricerca scientifica per il Louvre di Abu Dhabi, Simone Verde, nonché blogger che vive tra Parigi e la capitale degli Emirati Arabi Uniti.
“L’Italia è ancora divisa tra due correnti quello di una religione inattuale del patrimonio e quello della svendita sul mercato dei beni culturali, che non fa che frenare la crescita economica, civile e culturale del Paese. Da un lato si vuole puntare su identità e prevenzione, dall’altro si fa perno sul turismo, ma di fondo rimane un conservatorismo reazionario legato al ruolo culturale del nostro Paese, solo che così facendo si nega al settore quella potenzialità di reinventare i concetti stessi di democrazia”.
L’autore del libro ‘Cultura senza Capitale. Storia e tradimento di un’idea italiana’, affronta la questione dal punto di vista storico, analizzando i fatti dalla legge Bottai alla recente riforma dei beni culturali. “La politica ha tentato a più riprese di parlare della questione, ma sempre con delle scorciatoie, negli anni Novanta sembrava dovessero essere i manager a risolvere la questione, negli anni Duemila si è passati ad attribuire la responsabilità ad enti locali, regioni e stato, ora sembra siano i privati a dover salvare i beni culturali in Italia. Ma nel sistema culturale servono tutti e tre questi elementi: serve managerialità, servono i privati e bisogna puntare sul decentramento”. In questo sistema italiano ripiegato su se stesso, la soluzione è “riprendersi ciò che abbiamo inventato e tradito, ovvero la cultura come servizio pubblico a sostegno dello sviluppo”.

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